SHOW ME SHOWA (Vol.1)
L’Era Showa (1926-1989) è stata un viaggio sulle montagne russe. È l’era più folle, amata, traumatica e contraddittoria della storia giapponese moderna. In 63 anni il Paese ha visto di tutto: è passato dal baratro della Seconda Guerra Mondiale alla ricchezza sfrenata della bolla economica degli anni ’80, passando per lo shock collettivo di scoprire che l’Imperatore non era il discendente divino della dea del sole Amaterasu, ma solo un uomo comune. Un’epoca assurda che ci ha regalato le bombe atomiche e Godzilla, Creamy, Hello Kitty e i drammi ecologici della sindrome di Minamata.
Ecco 10 eventi (tra il tragico, il politico e il pop) per capire come quel Giappone è diventato il paese che amiamo oggi.

1) Agosto 1945 (Showa 20)
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone è una terra desolata, ridotta in macerie e letteralmente alla fame. Nel 1945 la produzione di riso crolla ai minimi storici dall’Era Meiji, provocando una carestia senza precedenti. I soldati tornano dal fronte e trovano il nulla: le città sono piene di sfollati, disoccupati e orfani di guerra (sensō koji 戦争孤児).
Per sopravvivere, l’unica via è il Yami-ichi, il mercato nero (闇市), dove la gente baratta vestiti e persino i cimeli di famiglia pur di rimediare una ciotola di patate dolci o una manciata di riso. L’economia è ferma, congelata dall’occupazione americana che sta smantellando le industrie belliche. La ripresa sembra un miraggio impossibile. Poi, all’improvviso, soffia un vento di salvataggio cinico ma provvidenziale: la Guerra di Corea.
Nel giugno del 1950, la Corea del Nord invade il Sud. Gli Stati Uniti intervengono, ma spedire armi, munizioni, camion e cibo direttamente dall’America fino al fronte coreano è troppo lento e costa una fortuna. La soluzione? Utilizzare il Giappone, geograficamente vicinissimo, come gigantesca base logistica e fabbrica di rifornimento. È l’inizio della Chōsen Tokuju (la “domanda speciale di Corea” 朝鮮特需): gli americani iniziano a comprare miliardi di dollari in beni e servizi dalle aziende nipponiche. Questa pioggia di denaro e contratti militari riattiva le fabbriche, crea milioni di posti di lavoro e, di fatto, salva il Sol Levante dal collasso, gettando le basi del futuro “miracolo economico”.

2) 3 maggio 1946 (Showa 21)
Nell’auditorium militare di Ichigaya a Tokyo, si apre il Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente, passato alla storia come il Processo di Tokyo. Undici nazioni alleate inviano un giudice ciascuna per processare i vertici dell’Impero responsabili della guerra. Il presidente della corte, l’australiano John Webb, non usa giri di parole all’apertura dei lavori: “Questo è il più grande processo della storia mondiale”. Alla sbarra finiscono 28 leader politici e militari, accusati di Crimini di Classe A, ovvero “crimini contro la pace” per aver pianificato guerre di aggressione illegali.
Tra i 28 imputati eccellenti ci sono figure che pesano come macigni: Hideki Tojo, il Primo Ministro-Generale, vero volto del militarismo giapponese, Toshio Shiratori, l’ambasciatore giapponese in Italia, uno dei massimi architetti del Patto Tripartito (l’asse Roma-Berlino-Tokyo) e Mamoru Shigemitsu, il Ministro degli Esteri che, appena un anno prima, era salito a bordo della corazzata americana Missouri in cilindro, giacca da cerimonia e stampella (aveva una gamba di legno artificiale a causa di un attentato subito anni prima a Shanghai) per firmare la resa formale della nazione.

3) 15 giugno 1960 (Showa 35)
Dietro l’immagine del Giappone pacifico e operoso degli anni ’50 e ’60 si nasconde un decennio di scontri di piazza feroci, guerriglia urbana e una nazione politicamente spaccata in due.
Tutto inizia nel 1951 con il Trattato di pace di San Francisco: il Paese riacquista la sovranità e rientra finalmente nella comunità internazionale, ma lo fa schierandosi nettamente con il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti. L’opinione pubblica si spacca. Da un lato i conservatori vogliono l’alleanza con l’America; dall’altro i progressisti esigono una neutralità assoluta per evitare nuovi conflitti.
Nel 1955 la tensione cresce: le fazioni di destra si fondono nel PLD (Partito Liberal Democratico), la corazzata conservatrice che dominerà la politica giapponese per decenni, contrapposta al blocco socialista.
Il punto di rottura arriva nel 1960 con le proteste contro l’Anpo (il Trattato di sicurezza USA-Giappone). Il Primo Ministro Nobusuke Kishi — conservatore di ferro ed ex imputato al Processo di Tokyo — decide di forzare la mano: fa entrare la polizia nell’aula del Parlamento per sgomberare l’opposizione e impone il voto. Il Paese esplode in nome della “crisi della democrazia”.
Le proteste raggiungono il culmine il 15 giugno 1960. Oltre 300.000 manifestanti circondano la Dieta Nazionale (il Parlamento). Tra di loro ci sono gli studenti della Zengakuren. (la potentissima Federazione studentesca) I ragazzi assaltano i cancelli e si scontrano duramente con la polizia in una notte di sangue in cui perde la vita una studentessa universitaria, Michiko Kanba.
La mattina seguente, il cortile della Dieta è una trincea desolata, coperta di mattoni, fango e fumogeni. Kishi si dimette poco dopo, lasciando un Paese ferito, ma profondamente trasformato.

4) Ottobre 1965 (Showa 40)
A metà degli anni ’50, il Giappone innesta una marcia impensabile: per oltre un decennio viaggia a un tasso di crescita medio annuo superiore al 10%. È l’era del Kōdo Keizai Seichō (il miracolo economico giapponese). Nel 1964, con l’inaugurazione del treno ad alta velocità Tokaido Shinkansen e le Olimpiadi di Tokyo, il paese grida al mondo di essere risorto dalle ceneri. Nel 1968, il PIL giapponese supera quello della Germania Ovest, proiettando il Sol Levante al secondo posto nell’economia mondiale, subito dietro gli Stati Uniti.
I colossi dell’elettronica invadono il mercato americano e interno. In Giappone esplode il boom dei consumi, guidato dalle cosiddette 3C (Color TV, Cooler, Car: ovvero TV a colori, aria condizionata e automobile), ironicamente ribattezzate le “Tre Sacre Reliquie” del benessere moderno. Il simbolo perfetto di questa rivoluzione tecnologica e creativa arriva il 6 ottobre 1965: quel giorno debutta su Fuji TV Jungle Taitei (da noi Kimba il leone bianco), il capolavoro di Osamu Tezuka, nonché la primissima serie anime televisiva a colori della storia del Paese. Ma questa corsa folle verso il futuro ha un prezzo altissimo, rimasto a lungo nell’ombra. Le fabbriche lavorano a ritmi disumani e le città si riempiono di smog e fumi tossici, provocando i primi drammatici scandali legati all’inquinamento industriale (come l’avvelenamento da mercurio a Minamata). Le strade si trasformano in trappole mortali a causa di un’impennata spaventosa di incidenti stradali, mentre nelle farmacie e nelle strade iniziano a diffondersi i danni da abuso di farmaci e droghe stimolanti. È anche l’epoca in cui nasce la figura del Corporate Warrior (Kaisha-in), l’impiegato maniaco del lavoro che annulla la propria vita per l’azienda, ponendo le basi per il dramma sociale delle morti per troppo lavoro (karōshi).
Il decennio si chiuderà con l’Expo di Osaka del 1970, una colossale celebrazione del design avveniristico e della capacità industriale giapponese: la vetrina definitiva di una superpotenza economica che aveva sacrificato quasi tutto pur di vincere la sua scommessa con la modernità.

5) Gennaio 1966 (Showa 41)
Sugli schermi della TBS sbarca Ultra Q, seguita a ruota a Luglio da Ultraman.
Possiamo definirlo come il Daiichi-ji Kaiju Būmu, la prima, inarrestabile ondata di mostri giganti che ha cambiato per sempre la cultura pop e l’industria del giocattolo nipponica.
L’impatto sociale è spaventoso: la domenica sera alle 19:00 le strade si svuotano, i cinema di quartiere registrano crolli verticali di incassi e l’episodio 14 di Ultraman fissa lo share all’assurda cifra del 42,8%. Praticamente, mezza nazione è paralizzata davanti alla Tv.
A capire che i mostri televisivi si possono trasformare in una miniera d’oro è la Marusan Shōten, una ditta di giocattoli che ha un’intuizione geniale: produrre i mostri di Eiji Tsuburaya (come Godzilla o il famigerato Garamon) usando il vinile morbido. Nascono così i Sofubi (ソフビ). È un’isteria collettiva: il vinile di Garamon vende 200.000 pezzi in pochi giorni. Nel giro di qualche mese, ben 30 produttori di giocattoli – che fino al giorno prima stampavano pentole o trenini di latta anonimi – riconvertono le fabbriche per produrre mostri di gomma e plastica a ciclo continuo pur di non fallire.
Ma dietro la plastica c’è una profonda mutazione psicologica della società Showa. Se negli anni ’50 Godzilla al cinema rappresentava il trauma puro dell’atomica (la distruzione cieca e incontrollabile), Ultraman ribalta completamente il concetto. L’eroe gigante colorato e iper-tecnologico diventa la forza “buona” e ordinata che protegge il Giappone dai disastri. È il passaggio psicologico chiave degli anni ’60: la transizione dalla paura del passato all’ottimismo scientifico del futuro. E per i ragazzini che non possono permettersi i Sofubi in negozio? Niente paura, nelle strade esplode il mercato delle Menko (めんこ), carte con i disegni dei Kaiju da collezionare e scambiare sfidandosi sul cemento dei marciapiedi. Fu la prima volta che il marketing giapponese comprese il potere della “collezione seriale”. Senza le Menko di Ultraman negli anni ’60, oggi probabilmente non avremmo quelle maledette carte Pokémon.

6) 25 novembre 1970 (Showa 45)
Il Giappone si ferma davanti ai televisori per un evento shock che sembra uscito da un film di un’altra epoca. Yukio Mishima, lo scrittore giapponese più famoso, controverso e tradotto nel mondo, decide di mettere in scena il suo ultimo, tragico capolavoro. Mishima si presenta al quartier generale dell’Esercito di Ichigaya a Tokyo insieme a quattro giovani fedelissimi della Tatenokai (la “Società dello Scudo”), una milizia privata ultranazionalista da lui fondata e finanziata. Indossano divise dal taglio marziale disegnate da loro stessi e portano spade giapponesi tradizionali alla cintura. Con una scusa riescono a farsi ricevere dal generale Masuda, ma una volta dentro l’ufficio lo barricano, lo legano alla sedia e prendono il comando della base, esigendo che l’intero presidio militare venga radunato nel cortile.
Poco dopo mezzogiorno, circa mille soldati delle Forze di Autodifesa si schierano sotto la balconata. Mishima esce sul balcone con una fascia sulla fronte, lo sguardo allucinato e i pugni tesi. Inizia a pronunciare un discorso infuocato, trasmesso in diretta dai telegiornali: urla contro il consumismo sfrenato degli anni ’60, accusa il Giappone di aver perso la propria anima per colpa dell’influenza occidentale e della Costituzione pacifista imposta dagli americani, e incita i soldati a fare un colpo di Stato per restituire il potere assoluto all’Imperatore. Ma la reazione dei soldati è gelida. Alcuni iniziano a ridere. Invece di appoggiarlo, i militari lo fischiano, lo insultano e gli urlano di scendere. Capito che il suo piano romantico è fallito, Mishima rientra nell’ufficio del generale. Lì, sul pavimento, mette in atto il suo destino: si toglie la vita praticando il Seppuku, il suicidio rituale dei samurai, squarciandosi il ventre. Subito dopo, come impone il codice d’onore del Bushido, il suo braccio destro Masakatsu Morita tenta di decapitarlo per porre fine all’agonia, fallendo miseramente; sarà un altro membro del gruppo a sferrare il colpo decisivo. Subito dopo, anche Morita si toglierà la vita. L’opinione pubblica rimase traumatizzata. Per il Giappone moderno del boom economico, che voleva solo guardare al futuro, la tecnologia e il benessere, quel gesto di sangue fu un violentissimo promemoria di un passato militarista e feudale che si sperava sepolto per sempre.

7) 20 luglio 1971 (Showa 46)
Il fast food americano sbarca ufficialmente in Giappone con l’apertura del primo McDonald’s nel cuore di Tokyo. Ma non apre in un posto qualunque: apre a Ginza, all’incrocio del 4-chome, l’area commerciale e dello shopping di lusso più costosa, elegante e prestigiosa di tutto il Paese. Il locale si trova dentro lo storico grande magazzino Mitsukoshi. È minuscolo, appena 50 metri quadri, ed è esclusivamente da asporto, senza nemmeno un posto a sedere. I clienti ordinano il loro primo hamburger della vita e lo consumano in piedi per strada, lungo la Chuo-dori. Dietro questa scelta apparentemente assurda c’è il colpo di genio di Den Fujita, l’imprenditore giapponese che ottenne la licenza per importare il marchio. I manager della casa madre americana volevano aprire il primo punto vendita in periferia, seguendo il modello dei drive-in statunitensi. Fujita si oppose duramente, dicendo una frase rimasta storica: “In Giappone le tendenze nascono dall’alto, e se una cosa non ha successo a Ginza, non avrà successo nel resto del Paese”. Fujita impose anche una strategia di marketing aggressiva rivolta ai giovani, convinto che se i giapponesi avessero mangiato hamburger e patatine per trent’anni, sarebbero diventati “più alti, con la pelle più bianca e i capelli biondi”. L’apertura fu uno shock sociologico: per la cultura giapponese dell’epoca, mangiare in piedi o camminando per strada era considerato estremamente maleducato e rozzo. Eppure, nel giro di poche settimane, fare la fila da McDonald’s a Ginza con un sacchetto di carta in mano divenne lo status symbol definitivo della gioventù Showa più alla moda e ribelle. Era l’inizio della globalizzazione alimentare del Sol Levante.

8) Gennaio 1976 (Showa 51)
Nel Giappone della metà degli anni ’70, stanco delle tensioni politiche e reduce dalla dura crisi economica del petrolio, c’è bisogno di storie pulite, capaci di unire e commuovere. La risposta arriva dalle sale dell’ospedale di Itabashi, a Tokyo, dove nel gennaio del 1976 si consuma un vero e proprio miracolo medico che paralizza i media nazionali: la dimissione dei cinque gemelli Yamashita. Nati fortemente prematuri e rimasti a lungo sotto osservazione in terapia intensiva, i cinque piccoli (due maschietti e tre femminucce, figli di Yorimitsu e Noriko Yamashita) riescono incredibilmente a superare la fase critica, trasformandosi in neonati sani e pronti ad affrontare il mondo. Il giorno delle loro dimissioni, l’ospedale viene letteralmente preso d’assalto da fotografi, telecamere e giornalisti. Le immagini dei medici e delle infermiere schierati in corridoio per salutare la sfilata delle culle fanno il giro dei telegiornali in prima serata. I gemelli Yamashita (Yamashita Gotsugo) diventano istantaneamente le “baby-star” più amate del Paese. Quando la famiglia si trasferisce nella nuova casa nel quartiere di Nerima, ogni loro piccolo passo – dal primo giorno d’asilo fino ai compleanni – viene seguito dai rotocalchi come se si trattasse di membri della famiglia imperiale. Questo evento segna l’inizio di una specifica tendenza sociologica della Tv Showa degli anni ’70 e ’80: l’ossessione mediatica per le storie private delle famiglie comuni, capaci di regalare quel senso di ottimismo, tenerezza e calore domestico in una società che correva sempre più veloce verso l’iper-urbanizzazione.

9) 1 Luglio 1979 (Showa 54)
Il colosso dell’elettronica Sony lancia sul mercato un oggetto rettangolare, blu e argento, che cambierà per sempre il nostro rapporto con la musica e lo spazio pubblico: il Walkman (modello TPS-L2).
È l’evento che fa da ponte verso gli anni ’80, inaugurando il decennio del dominio tecnologico e commerciale giapponese nel mondo. Oggi ci sembra scontato, ma all’epoca il Walkman era un oggetto folle e “al contrario”. Non aveva altoparlanti (potevi ascoltarlo solo con le cuffie) e non poteva registrare le cassette, ma solo riprodurle. All’interno della stessa Sony il progetto fu accolto con una freddezza glaciale. I manager della vecchia guardia erano furiosi e lo consideravano un prodotto monco, a metà: “Chi mai vorrà comprare un registratore che non registra?” gridavano a Akio Morita, il leggendario co-fondatore della Sony che invece ci aveva visto lunghissimo. I fatti diedero inizialmente ragione agli scettici. Nelle prime settimane di Luglio sui giornali e nelle riviste non c’è traccia di grandi pubblicità, e la Sony vende appena 3.000 unità. Il flop sembra dietro l’angolo.
Poi, ad Agosto, scatta il miracolo. Per salvare il prodotto, i responsabili del marketing inventano una strategia di guerrilla marketing geniale: regalano il Walkman a decine di studenti e a giovani ragazzi alla moda dell’epoca, pagandoli per girare tutto il giorno sulla linea ferroviaria circolare di Tokyo (la Yamanote Line) ascoltando musica e offrendo le cuffie ai passanti per far provare loro l’esperienza dello stereo portatile. L’effetto è devastante. Tra i giovani Showa scoppia il passaparola e ad Agosto la produzione iniziale di 30.000 unità viene polverizzata. Il Walkman non ha solo creato un nuovo mercato, ha cambiato la sociologia urbana: per la prima volta nella storia, le persone potevano camminare per strada creando la propria colonna sonora privata, isolandosi dal caos delle metropoli.

10) 15 aprile 1983 (Showa 58)
Sotto una pioggia battente che non ferma l’entusiasmo di oltre 25.000 visitatori ammassati ai cancelli, apre ufficialmente Tokyo Disneyland. Sul palco, Masatomo Takahashi (presidente della Oriental Land) e Card Walker (presidente della Walt Disney Productions) tagliano il nastro. Il parco è una replica quasi perfetta dell’originale in California, ma la sua nascita è un miracolo economico e ingegneristico che ha dell’incredibile.
Partiamo dal primo grande segreto: nonostante il nome, il parco non si trova affatto a Tokyo, bensì a Urayasu, nella prefettura di Chiba. All’inizio del progetto, la scelta sembrò una follia totale. Fino agli anni ’60, Urayasu era solo un minuscolo villaggio di pescatori circondato da paludi fangose alla foce del fiume Edo. Il terreno su cui oggi sorge il castello di Cenerentola, semplicemente, non esisteva. È stato interamente strappato al mare attraverso una colossale opera di bonifica, dragando milioni di tonnellate di sabbia dal fondo della baia di Tokyo per creare un’isola artificiale dal nulla. Un parto difficile e un azzardo costato l’astronomica cifra di oltre 180 miliardi di yen. Ma la vera anomalia, unica al mondo, sta dietro le quinte del business. A differenza di tutti gli altri parchi Disney sparsi per il pianeta, Tokyo Disneyland non è di proprietà della Walt Disney Company. Gli americani, scettici sulla riuscita dell’operazione fuori dagli Stati Uniti, preferirono non rischiare capitali e mollarono l’intera gestione alla giapponese Oriental Land Co. tramite un accordo di licenza: la ditta nipponica si teneva tutti gli utili e pagava alla Disney una royalty fissa (circa il 10% sugli ingressi e il 5% su cibo e merchandise).
Fu il più grande errore di valutazione della storia della Disney e il più grande colpaccio per il marketing Showa. Il parco si rivelò una macchina da soldi, diventando il luogo di pellegrinaggio obbligatorio per le famiglie e le giovani coppie del boom economico. Tokyo Disneyland ha dimostrato come il Giappone degli anni ’80 non si limitasse più a importare la cultura occidentale, ma fosse in grado di ricostruirla da zero, renderla più efficiente e trasformarla nello status symbol della propria ricchezza iper-tecnologica.

Dopo aver incassato e superato ben due crisi petrolifere negli anni ’70, il Giappone degli anni ’80 entra dritto nella sua vera e propria Età dell’Oro. I microchip, i Walkman e i televisori invadono ogni angolo del pianeta, mentre le fabbriche nipponiche sfornano così tante auto da strappare il titolo di primo produttore mondiale. L’intera nazione è letteralmente ubriaca di autostima, cullata dal mantra collettivo “Japan as Number One”, il titolo del celebre saggio americano dell’epoca che consacrava il modello nipponico a guida del mondo.
Tutto sembra indistruttibile, ma l’ingranaggio cambia direzione nell’autunno del 1985 con la firma del famigerato Accordo del Plaza. Per frenare lo strapotere commerciale di Tokyo, le grandi potenze impongono una correzione del dollaro, provocando un’impennata violentissima del valore dello yen (il fenomeno del Yendaka). Terrorizzati da una possibile recessione, il governo e la Banca del Giappone corrono ai ripari inondando il mercato di denaro liquido e tagliando i tassi d’interesse ai minimi storici. È la scintilla che fa esplodere la Bolla Economica. Con fiumi di denaro a disposizione a costo quasi zero, le aziende e i cittadini iniziano a speculare selvaggiamente in borsa e, soprattutto, nel mercato immobiliare. I prezzi dei terreni a Tokyo raggiungono cifre astronomiche. La follia tocca vette surreali che superano i confini della capitale. Il simbolo definitivo di questa ubriacatura collettiva arriva il 3 marzo 1989: grazie a un bizzarro fondo statale per la “rivitalizzazione delle province”, la cittadina di Tsuna (nella prefettura di Hyogo) decide di spendere un finanziamento pubblico da 100 milioni di yen per fondere un gigantesco lingotto d’oro da ben 62 chilogrammi, esposto orgogliosamente come attrazione turistica. Se non è opulenza pop questa!
Ma mentre le province fondono lingotti, il cuore pulsante dell’era Showa smette di battere. Un paio di mesi prima di quell’oro, il 7 gennaio 1989 (Showa 64), l’Imperatore Hirohito si spegne all’età di 87 anni. Il suo regno, durato oltre 62 anni, è stato il più lungo e turbolento della storia giapponese. In segno di rispetto e lutto nazionale le iconiche luci al neon di Ginza si spengono, i palinsesti televisivi cancellano i programmi comici e gli spot commerciali più allegri vengono ritirati. Un’atmosfera cupa, silenziosa e irreale avvolge il Paese. Il baccanale è finito, la musica si interrompe e la Showa cede ufficialmente il passo alla nuova era, la Heisei. Pochi anni dopo quel passaggio di testimone, la gigantesca bolla immobiliare e finanziaria esploderà con un boato silenzioso, trascinando il Giappone nei suoi famigerati “decenni perduti”. Ma questa è un’altra storia. La Showa se n’era già andata, lasciandoci in eredità l’epopea più rumorosa, colorata, tragica e formidabile del ventesimo secolo.
Gtvb






