HIROSHIMA (Il cinema contro la censura)
Quando il cinema si ritrova a raccontare le tragedie nazionali e gli orrori della guerra, la posizione del regista non è mai neutrale. Nel contesto giapponese, il confronto più doloroso e complesso è stato senza dubbio quello con il bombardamento atomico di Hiroshima del 6 agosto 1945 che, insieme all’attacco su Nagasaki tre giorni dopo, cancellò in un istante oltre 200.000 vite, accelerando la resa del Giappone e la fine del secondo conflitto mondiale.
A rompere per primi questo silenzio sul grande schermo furono due titoli oggi fondamentali: I bambini di Hiroshima (Children of Hiroshima, 1952) e Hiroshima (1953).
La cosa straordinaria è che entrambi i film nacquero da un’idea del Sindacato degli Insegnanti Giapponesi (JTU): si basavano sullo stesso libro di memorie — I bambini della bomba atomica curato da Arata Osada — e vennero realizzati a brevissima distanza l’uno dall’altro.

Ma perché ci vollero ben sette anni prima di vedere il dramma dell’atomica al cinema?
La risposta sta nel complesso clima del dopoguerra. Subito dopo la resa del 1945, il Giappone fu sottoposto all’occupazione delle forze americane, che riorientarono immediatamente la produzione cinematografica locale: via la propaganda bellica imperiale, spazio alla propaganda dell’occupazione. Ogni riferimento alla bomba atomica e alle devastazioni nucleari venne rigorosamente censurato.
Il motivo?
Washington temeva che mostrare la spaventosa carneficina e le sofferenze della popolazione potesse «orientare l’opinione pubblica contro gli Stati Uniti», come ha sottolineato Matthew Edwards (saggista e studioso di cinema, autore di diversi volumi dedicati all’impatto della bomba atomica nella cultura visiva nipponica).
Solo nel mese di aprile del 1952, con la fine ufficiale dell’occupazione alleata, i registi giapponesi ritrovarono la libertà di raccontare le ferite della guerra senza la scure della censura.
A spingere con forza per portare la tragedia nelle sale fu proprio il Sindacato degli Insegnanti.
Come ha raccontato Kazu Watanabe (saggista ed esperto di cultura giapponese per la Criterion Collection, QUI un bellissimo articolo su questo argomento), dietro questa battaglia ideologica c’era un profondo senso di colpa: moltissimi docenti si sentivano complici per aver instillato negli studenti la retorica militarista che li aveva mandati al massacro. Da quel doloroso esame di coscienza nacque lo storico motto del sindacato: «Mai più i nostri studenti sui campi di battaglia».
Per dare forma visiva a questo riscatto, il JTU si rivolse a Arata Osada e decise di trasporre la sua opera al cinema.
Per la regia fu scelto Kaneto Shindô, una figura chiave della storia del cinema giapponese: regista, sceneggiatore e maestro del cinema indipendente, ma soprattutto originario proprio della prefettura di Hiroshima.
Shindô era visceralmente legato a quella terra e sentiva il dovere morale di raccontare il dramma che aveva annientato la sua città natale, dove aveva perso i genitori e la sorella.

Le riprese de I bambini di Hiroshima iniziarono ad appena un mese dal termine dell’occupazione americana. Shindô scelse di raccontare la vicenda attraverso gli occhi di Takako Ishikawa (interpretata dall’attrice Nobuko Otowa), una maestra che torna a Hiroshima anni dopo la tragedia per visitare la tomba dei suoi cari e ritrovare i suoi vecchi alunni, toccando con mano le ferite ancora aperte della popolazione.
Alternando il realismo del documentario a momenti di profondo melodramma, Shindô costruì un ponte emotivo tra le vittime e il pubblico. Scegliendo una protagonista che aveva vissuto il dramma ma che ormai viveva lontana dalla città, offrì uno sguardo universale in cui chiunque potesse immedesimarsi.
Il film di Shindô fu accolto benissimo all’estero, arrivando fino al Festival di Cannes e ottenendo premi internazionali per la pace. Tuttavia, il Sindacato degli Insegnanti lo bocciò senza appello, giudicandolo troppo timido, idilliaco e privo di una vera carica di denuncia.
Secondo gli studiosi Mick Broderick e Junko Hatori (storici del cinema e ricercatori specializzati nell’analisi delle rappresentazioni mediali dell’era nucleare), il JTU considerò la pellicola di Shindô «sostanzialmente inefficace». Nelle intenzioni originali del curatore Arata Osada, le testimonianze dei ragazzi dovevano essere un grido d’accusa rabbioso contro la guerra, mentre la pellicola di Shindô aveva preferito un tono più poetico e composto.
Incontentabile, il sindacato commissionò immediatamente un secondo adattamento, affidando la regia a Hideo Sekigawa (regista di formazione di sinistra, noto per il suo stile crudo, polemico e fortemente politicizzato).
Il suo Hiroshima (1953) fu un’opera diametralmente opposta a quella di Shindô: viscerale, spietata e sfacciatamente antimilitarista.

Sekigawa non usò mezzi termini. Il suo film puntò il dito contro il razzismo delle forze americane, documentò lo stigma sociale e le discriminazioni subite dagli hibakusha (i sopravvissuti all’atomica), mostrò senza filtri le terribili conseguenze della malattia da radiazioni e criticò apertamente sia le responsabilità del governo statunitense sia quelle dei vertici militari giapponesi.
Il film si sviluppa come un affresco corale: la vita quotidiana prima dell’attacco, l’orrore del flash atomico e il caos dei giorni successivi si intrecciano con storie di orfani finiti nel giro delle scommesse clandestine e strazianti ricongiungimenti familiari. Le sequenze dei feriti rimangono impresse nella memoria come un incubo: un’angosciante sinfonia di bambini sfigurati che urlano “ooka-san” (“mamma”) tra le macerie.
Se il tono di Sekigawa entusiasmò gli insegnanti, spaventò a morte i distributori cinematografici dell’epoca, che ritennero il film troppo anti-americano e pretesero dei tagli. Il sindacato rifiutò qualsiasi censura e decise di distribuire la pellicola in totale autonomia.
Quando Hiroshima arrivò negli Stati Uniti nel 1955 (mentre la versione più “morbida” di Shindô arrivò solo nel 1962), lo shock fu enorme. Il New York Times definì le immagini «straordinarie, angoscianti e pazzesche», mentre la rivista Variety lo descrisse come un potentissimo «strumento di propaganda».

A rendere Hiroshima un documento umano inestimabile fu la partecipazione di circa 90.000 cittadini locali come comparse, inclusi molti veri sopravvissuti che portarono sul set i propri vestiti stracciati e gli oggetti personali scampati all’esplosione.
Come ricordò anni dopo la superstite Yuriko Hayashi: «Sentivo che, in quanto persona presente a Hiroshima quel giorno, avevo il dovere di far sentire la mia voce».
È proprio grazie a questo coraggio che oggi guardiamo a queste due opere non come a semplici film d’epoca, ma come a preziose testimonianze storiche e dolorosi moniti sul prezzo incalcolabile della guerra.
Via Kim Luperi x TcMovies
Gtvb
Cover e Immagini: ©I bambini di Hiroshima Kindai Eiga Kyōkai / JTU – © Gyermekei Hiroshima






