REFRACTED WORLDS (Intervista a Nicola Ghiringhelli Forlani)
Siamo onesti: oggi il Giappone lo consumiamo a colpi di reels da 15 secondi. Vediamo i neon di Shibuya, i cervi di Nara, l’estetica pulita dei templi di Kyoto.
Ma quanto di quello che vediamo è vero e quanto è solo un riflesso filtrato dai nostri schermi?
Nicola Ghiringhelli Forlani, con la sua nuova Ghiringhelli Art Gallery, ha deciso di fare una cosa coraggiosa: rompere lo specchio.
Il titolo della mostra, Refracted Worlds, non è solo un gioco di parole poetico. È una dichiarazione di guerra allo stereotipo. In fisica, la rifrazione avviene quando la luce cambia direzione passando da un materiale all’altro. Nicola ci suggerisce che l’arte giapponese, arrivando in Italia, subisce la stessa sorte: viene deviata, scomposta, reinterpretata.
Non esiste un “Giappone autentico” da cartolina. Esistono solo visioni soggettive, ed è qui che la mostra diventa un’esperienza quasi psicologica per il visitatore.
L’ho intervistato per voi.

Nicola, partiamo dal titolo: “Refracted Worlds”. Spesso l’Occidente guarda al Giappone attraverso un vetro colorato o dallo schermo di un cellulare. In che modo questa mostra prova a “pulire l’obiettivo” o, al contrario, a mostrarci quanto siano affascinanti queste distorsioni?
«Il titolo nasce proprio da una consapevolezza: non esiste uno sguardo “pulito” sull’arte giapponese, e forse non è nemmeno auspicabile. Spesso, quando in Occidente si guarda al Giappone, si tende a immaginarlo come qualcosa di distante, quasi sospeso tra tradizione e futurismo; ma questa immagine è già una costruzione, una sorta di filtro. La mostra non cerca di eliminare questi filtri, perché significherebbe proporre un’illusione di autenticità che in realtà non esiste. Piuttosto, prova a renderli evidenti. La rifrazione, nel senso fisico del termine, non è un errore della luce, ma una sua trasformazione. Allo stesso modo, ogni artista in mostra lavora su una modalità diversa di trasformazione dell’immagine: chi attraverso la superficie, chi attraverso il tempo, chi attraverso la materia o la cultura visiva. In questo senso, il progetto non è tanto un tentativo di “avvicinare” il Giappone all’Occidente, ma di mostrare quanto la distanza, la distorsione e la mediazione siano elementi attivi e persino produttivi. Quello che emerge non è un’immagine più chiara, ma una più complessa e, forse proprio per questo, più interessante.»
Il Giappone contemporaneo vive in un equilibrio precario tra un passato pesantissimo e un futuro che corre troppo veloce. Qual è la “lente” tra quelle esposte che ti ha sorpreso di più durante la cura della mostra?
«Quella del tempo è stata sicuramente la più sorprendente, soprattutto perché mette in discussione qualcosa che spesso diamo per scontato quando guardiamo un’opera. Con artisti come Yukie Ishikawa ho capito che la pittura può funzionare in modo completamente diverso rispetto alla nostra abitudine occidentale: non come un’immagine che rappresenta qualcosa in un momento preciso, ma come un accumulo di momenti, anche molto distanti tra loro. Le sue opere non cancellano mai il passato, lo incorporano. Questo cambia radicalmente anche il modo in cui si guarda il lavoro. Non c’è più una lettura immediata, ma una sorta di immersione lenta, quasi stratigrafica. È come se il tempo diventasse visibile, ma non in modo narrativo: più come una presenza continua. Durante la cura della mostra è stato uno degli elementi che mi ha fatto riconsiderare il concetto stesso di immagine.»
C’è un’opera in galleria che racconta un aspetto del Giappone che non troveremmo mai in una guida turistica?
«Direi senza dubbio i lavori di Chim↑Pom. Sono opere che difficilmente troverebbero spazio in una rappresentazione “ufficiale” del Giappone, perché lavorano proprio su ciò che normalmente viene escluso o nascosto. Quello che mi interessa del loro lavoro è che non si limitano a rappresentare una realtà alternativa, ma intervengono direttamente su di essa. Il loro uso del “buco”, per esempio, non è solo una forma visiva, ma un concetto molto preciso: indica ciò che manca, ciò che è stato rimosso, ciò che non viene mostrato. È un approccio che rompe completamente con l’immagine estetizzata del Giappone a cui siamo abituati. E proprio per questo è fondamentale nella mostra, perché introduce una frattura, un momento in cui lo spettatore deve confrontarsi con qualcosa di meno rassicurante, ma molto più reale.»
Sei un giovane curatore con una galleria nel cuore di Milano. Cosa ti ha spinto a puntare proprio sulla scena contemporanea giapponese? È una sfida coraggiosa o una necessità estetica?
«All’inizio è stata una scoperta personale. Sette anni fa ho iniziato a vedere lavori di artisti giapponesi nelle fiere e mi ha colpito immediatamente una certa distanza rispetto a quello che vedevo nel contesto europeo. Non tanto in termini di qualità, ma di approccio. C’era una relazione diversa con la superficie, con il tempo, con la materia. Da lì è iniziata una ricerca più approfondita, che mi ha portato anche a viaggiare più volte in Giappone e a costruire un rapporto diretto con artisti e gallerie. A un certo punto è diventato evidente che in Italia questa scena è ancora poco rappresentata. E quindi sì, è una scelta che può sembrare rischiosa, ma allo stesso tempo è anche una necessità. Non tanto commerciale, quanto culturale.»
Curare una mostra su una cultura così diversa dalla nostra richiede una sorta di “traduzione emotiva”. Qual è stata la parte più difficile (o più divertente) nel far dialogare le opere degli artisti con lo spazio della Ghiringhelli Art Gallery?
«Più che una traduzione culturale, è stata una questione di equilibrio. Le opere arrivano da contesti molto diversi, non solo geograficamente ma anche concettualmente, e inserirle in uno spazio come la Ghiringhelli Art Gallery significa inevitabilmente modificarne la percezione. La difficoltà è stata evitare di forzarle in una narrativa troppo rigida. Non volevo che la mostra diventasse una spiegazione, ma nemmeno un semplice accostamento di lavori. La parte più interessante, invece, è stata proprio vedere come certe opere iniziavano a dialogare tra loro in modo inatteso. Alcune connessioni non erano previste all’inizio, ma sono emerse nello spazio, quasi spontaneamente. In quel senso, la mostra si è costruita anche durante l’allestimento.»

La mostra parla di “Multiple Lenses” (lenti multiple). C’è un filo conduttore che unisce questi sguardi o l’obiettivo è proprio quello di celebrare il caos e la varietà della società giapponese odierna?
«Il filo conduttore c’è ed è molto preciso, anche se non è immediatamente evidente. Non si tratta di rappresentare il Giappone come un insieme caotico, ma di mostrare come l’immagine contemporanea sia sempre il risultato di una serie di filtri. Ogni artista lavora su una “lente” diversa: c’è chi intervene sulla percezione, chi sul tempo, chi sulla materia, chi sulla cultura visiva o sulla dimensione politica. Queste differenze non sono casuali, ma costruiscono un sistema. La varietà è quindi parte della struttura, non un effetto collaterale. L’obiettivo non è semplificare, ma rendere visibile la complessità.»
Pensi che l’arte contemporanea giapponese stia abbandonando la “materia” tradizionale (ceramica, carta, legno) per diventare qualcosa di puramente digitale e rifratto?
«Non credo che si stia muovendo verso qualcosa di puramente digitale. Piuttosto, mi sembra che il digitale sia diventato una condizione di fondo, qualcosa con cui anche le pratiche più tradizionali devono confrontarsi. Questo è molto evidente in artisti come Kohei Nawa, dove la superficie sembra quasi digitale, ma è costruita attraverso un processo completamente fisico. Oppure in Yuji Ueda, dove la materia è centrale, ma il risultato ha una qualità quasi instabile, difficile da fissare. Non è una sostituzione della materia con il digitale, ma una tensione tra i due. Ed è proprio questa tensione che rende molte pratiche contemporanee così interessanti.»
Se dovessimo “geolocalizzare” l’anima di questa mostra a Tokyo, in quale quartiere sentirebbe di aver trovato la sua casa naturale? E soprattutto, perché proprio lì?
«Direi che la mostra si colloca tra Shibuya e Roppongi, perché riflette due anime molto diverse della città. Shibuya rappresenta la dimensione più visiva, più immediata, quasi sovraccarica di immagini. È un contesto in cui la percezione è continuamente stimolata e frammentata, e questo si ritrova in alcuni lavori più legati alla cultura visiva contemporanea. Roppongi, invece, ha una dimensione più istituzionale e riflessiva. Penso al Mori Art Museum, a quel tipo di spazio dove le opere vengono inserite in un contesto più analitico e strutturato. La mostra sta proprio in mezzo a queste due dimensioni: tra l’intensità visiva e la riflessione critica.»
Un consiglio per i nostri lettori: un artista contemporaneo giapponese che secondo te vale davvero la pena seguire oggi e quello che, potendo, vorresti assolutamente portare in Italia?
«Ce ne sono molti, ma se devo sceglierne uno direi Yuji Ueda. È meno visibile rispetto ad altri, ma ha un approccio alla materia molto interessante, soprattutto per come lascia spazio a elementi non completamente controllabili. Mi interessa questo tipo di pratica perché non cerca di imporre una forma, ma di costruire una relazione con il materiale. Se invece penso a qualcosa che mi piacerebbe portare in Italia, guarderei a una generazione di artisti che lavora tra tecnologia e percezione in modo più sottile, meno evidente. Credo che lì ci sia un terreno ancora poco esplorato.»

Per chiudere, una curiosità personale: qual è il posto del cuore dove troveremmo Nicola durante un viaggio in Giappone?
«Tokyo, sicuramente, ma non nei luoghi più iconici. Mi piacciono le zone più tranquille, come Yanaka o alcune parti di Meguro, dove la città rallenta un po’ e si percepisce un’altra dimensione. Sono luoghi in cui convivono elementi molto diversi: tradizione, quotidianità, trasformazione. E questa convivenza, questa tensione tra velocità e lentezza, è qualcosa che ritrovo anche nel lavoro degli artisti che ho scelto.»
Gtvb
Cover: © Mr.







