CRYING AT THE DISCOTEQUE
Nei primi anni 2000, il Gaspanic era la tappa obbligatoria per gli stranieri a Roppongi. Io ci sono stato solo una volta e mi sentivo come una preda per giapponesi in cerca di “carne straniera”. Una volta una ragazza mi approcciò così, senza giri di parole: “Mi piaci, facciamo un figlio”.
A quest’ora avrei un erede adolescente e una moglie virago; sarei diventato il classico salaryman che vomita il venerdì sera sui binari della Yamanote Line.
E chissà se i miei suoceri mi avrebbero mai accettato con questi baffi che mi ritrovo! Fatto sta che al Gaspanic non ci sono più tornato. I più fastidiosi, alla fine, erano gli stranieri: convinti di trovare geisha in lingerie pronte a mostrare doti artistiche nascoste… poveri illusi.
C’era anche una sede a Shibuya frequentata da pischelli giovanissimi; non erano il mio target, al massimo avrei potuto fare da guardarobiere e osservare come cercavano di sedurre le ragazze.

Se i miei anni 2000 erano bizzarri, gli anni ’80 per la scena clubbing giapponese sono stati un vero delirio. Notti infinite tra neon, alcol e fiumi di soldi. Era l’epoca della Bubble Economy: un mix vertiginoso di speculazione immobiliare e azioni gonfiate che rendeva ricchi tutti, dai colletti bianchi ai proprietari terrieri, dalla sera alla mattina.
Pensa che un pezzetto di terra a Ginza costava più di un intero quartiere a Manhattan! Le banche prestavano soldi a chiunque avesse un battito cardiaco. Fare festa a Roppongi significava credere che il boom non sarebbe mai finito, che la bellezza si potesse comprare e che il desiderio non avesse prezzo. Si lavorava come matti e si ballava ancora di più: la danza era uno sfogo, un modo per vantarsi, sudare e spendere.
Ma non erano solo gli adulti a scatenarsi. All’inizio degli anni ’80 esplose un fenomeno bizzarro: le disco diurne, piene zeppe di studenti delle medie e delle superiori. Ci andavo anche io a metà degli anni ’90 e, lo ammetto, mi sentivo fighissimo, anche se la puzza di ascella era notevole.
Il centro nevralgico di questo “terremoto giovanile” era l’imponente edificio Toa Kaikan a Kabukicho (Shinjuku).

Qui al terzo piano c’era il Biba, ritrovo per ragazzi ribelli, ma tutto cambiò dopo un tragico fatto di cronaca nel 1982: due quattordicenni furono adescate (non si sa se nel club o per strada), portate fuori città e aggredite. Una delle due non sopravvisse. Il caso è caduto in prescrizione, ma quell’evento scosse l’opinione pubblica. Nell’agosto del 1984, la legge sull’intrattenimento fu modificata: coprifuoco per i minori e chiusura obbligatoria a mezzanotte. Nacquero così le “Daytime Discos”: più sicure, forse, ma decisamente meno trasgressive.
Sotto i pavimenti del Toa Kaikan sbocciavano intanto altre forme di teatro notturno: gli Host Club, dove giovani uomini in abiti eleganti e strass vendevano sogni e conversazione.
A pochi isolati di distanza, fioriva Shinjuku Ni-chome, il quartiere queer. Dagli anni ’80, Ni-chome è diventato un labirinto di micro-bar per la comunità LGBTQ+.
Lì la vita notturna non era solo svago, era resistenza.
A Roppongi, l’eccesso diventava architettura con il Turia, una sorta di astronave di design. Ma la festa s’interruppe bruscamente il 5 gennaio 1988, quando un enorme impianto d’illuminazione crollò sulla pista uccidendo tre persone. Fu il segnale della fine: l’era Showa si sarebbe chiusa ufficialmente un anno dopo.

Tuttavia, il glamour ebbe un ultimo sussulto col Juliana’s Tokyo, aperto nel 1991 a Shibaura. Un delirio nazionale: le prime Gyaru in abiti bodycon (mini-abito ultra-aderente ed elastico che ti fascia come una seconda pelle) ballavano sugli otachidai (le pedane rialzate) agitando i mitici ventagli piumati, i Juri-sen, come bandiere di libertà.
Il grido “Julianers, Tokyo!” era l’ultimo ruggito di una generazione che non voleva arrendersi alla recessione.

Molti di quegli edifici sono spariti o trasformati.
A Tokyo si balla ancora? Credo di sì. Io ci sono stato l’anno scorso in un piccolo club: forse l’atmosfera è cambiata, o forse sono invecchiato io. Però mi piace ancora stare lì, con il bicchiere in mano, a guardare gli altri con il naso sullo schermo del cellulare.
I costumi cambiano, le ossa scricchiolano, ma credo che ognuno di noi abbia un ricordo sotto la mirror ball.
Gtvb
Cover: ©Hitoshi Obata / “Back To The 80’s Toa”
Immagini: ©Yoshinori Matsuda






