LO STRANO CASO DI DORAEMON CHE INCONTRÒ I NAZISTI
Immagina di accendere la TV negli anni ’80 e trovare Doraemon che, con sguardo autoritario, inizia a impartire ordini a un soldato del Terzo Reich.
Non è il frutto dell’intelligenza artificiale di qualche nostalgico nazista dell’Illinois, ma la trama di un episodio trasmesso in Giappone il 28 gennaio 1981, intitolato originariamente 名画しらべ機, ovvero “La macchina valuta-dipinti”.
La storia inizia nel presente, quando Suneo mostra a Nobita e agli amici dei quadri collezionati da suo padre, vantandosi manco avesse dei Picasso originali.
Nobita, che non vuole essere da meno, dice di averne uno simile a casa sua. Tutti però lo guardano come se fosse il classico mitomane delle elementari, quello del “mio cugino ha” o “mio cugino fa”.
A casa, Nobita cerca questo disegno (che in teoria esiste davvero) e, grazie alla macchina valuta-dipinti di Doraemon, scopre che ha un certo valore.
Io lo faccio spesso a casa mia, con scarsi risultati: non ho niente di valore, se non quadri di autori di provincia che negli anni ’70 avevano ambizioni altissime. Ma vabbè, questa è un’altra storia. Torniamo a noi.

Doraemon e Nobita, piuttosto che andare in una casa d’aste, preferiscono usare la macchina del tempo per trovare l’autore del dipinto che, ahimè, viveva durante la Seconda Guerra Mondiale.
Appena arrivati, trovano un villaggio occupato dai nazisti, rischiano di morire sotto le bombe e salvano per miracolo una bambina, parente del pittore che stanno cercando.
Qui la narrazione prende una piega surreale: un ufficiale tedesco, con la svastica ben visibile sulla divisa, irrompe nella casa dell’artista per confiscare i suoi beni. Per salvare la situazione, Doraemon fruga nella sua tasca quadridimensionale ed estrae un gadget che oggi sarebbe impensabile in qualsiasi palinsesto per bambini: le “Pillole di Hitler” (Hitler no jōzai – ヒトラーの錠剤). Si tratta di un flacone rosso con sopra il volto del dittatore.

Appena Doraemon ne ingerisce una, la sua personalità subisce una mutazione drastica. Il gatto robot assume una posa rigida, uno sguardo truce e inizia a urlare ordini con tono autoritario e brutale, imitando i discorsi del Führer. Il soldato, condizionato dalla gerarchia e dal carisma emanato dal “dittatore blu”, scatta sull’attenti e fugge terrorizzato, convinto di aver ricevuto ordini da un’autorità superiore.
Nonostante l’intento dell’autore Fujiko F. Fujio fosse satirico — voleva ridicolizzare la cieca obbedienza militare e mostrare l’assurdità dei regimi — l’episodio è diventato col tempo “proibito“. La presenza esplicita della simbologia nazista e l’idea stessa di vedere Doraemon parlare come un dittatore hanno portato alla censura della puntata, quasi del tutto rimossa dalle repliche ufficiali e dai DVD internazionali.
Oggi questo frammento del 1981 è quasi introvabile; su internet circolano alcune scene isolate. È incredibile come all’epoca in Giappone l’argomento venisse affrontato con tale leggerezza, senza paura di toccare tasti delicati, anche a costo di risultare scioccanti.
Ma che cosa ne sapevano davvero i giapponesi dei nazisti?
In realtà, il rapporto tra i due Paesi era molto più cinico di quanto si pensi. Nonostante fossero alleati nel Patto Tripartito del 1940, Hitler e l’imperatore Hirohito non si incontrarono mai di persona: la distanza era troppa e la fiducia poca. L’alleanza serviva a entrambi solo per tenere impegnati americani e inglesi su due fronti, ma dal punto di vista ideologico c’era un abisso. Per i nazisti i giapponesi non erano “ariani”, e Hitler li definì strategicamente “ariani onorari” solo per giustificare l’unione agli occhi del suo popolo.

Ci furono però dei contatti ravvicinati. L’ambasciatore Hiroshi Oshima incontrò Hitler più volte; il dittatore lo stimava così tanto da confidargli segreti militari che Oshima riferiva puntualmente via radio a Tokyo. Peccato che gli Alleati avessero già decifrato i codici giapponesi, usando i resoconti di Oshima come una sorta di “spia involontaria” per conoscere in anticipo i piani del Reich. Diciamolo: Oshima era un po’ ingenuo, per non dire altro.
Senza comunicazioni via terra o cielo, i due Paesi scambiavano progetti di armi segrete e materie prime tramite missioni in sottomarino, con gli U-Boot che compivano traversate oceaniche al limite del possibile. In quegli stessi anni a Tokyo viveva anche Richard Sorge, una spia russa che si fingeva un giornalista nazista, riuscendo a infiltrarsi persino nell’ambasciata tedesca per passare informazioni vitali a Stalin.
Insomma, i giapponesi sapevano bene chi fossero i nazisti, ma li vedevano come un partner d’affari lontano e pericoloso. L’episodio di Doraemon, pur nella sua follia, rifletteva proprio questa visione: il nazismo non come un’ideologia da seguire, ma come il simbolo massimo dell’autorità cieca e assurda, perfetto per essere ridicolizzato.
Gtvb
Cover e immagini: © Fujiko Pro / Shogakukan / TV Asahi.






