CORPI VISIBILI (Intervista a Kei Hirabayashi)
Vent’anni fa, durante il mio primo viaggio in Giappone, mi colpì un’assenza: in due mesi trascorsi a esplorare il Paese, incrociai solo un paio di persone in sedia a rotelle. È un dettaglio che noto sempre, forse perché sono cresciuto con un padre con disabilità e il mio sguardo cerca istintivamente quella realtà.
Oggi qualcosa è cambiato, grazie anche alla spinta delle Olimpiadi di Tokyo, ma l’invisibilità resta. Non la trovi nelle foto dei viaggiatori, né nelle statistiche ufficiali: nel 2018 scoppiò uno scandalo nazionale quando si scoprì che i ministeri avevano falsificato i dati sull’occupazione, conteggiando come “categorie protette” miopi o persone defunte, pur di rispettare le quote di legge.
Da vent’anni sui social circola sempre lo stesso video dell’addetto della metro che aiuta un passeggero a salire sul vagone. Ma poi?
Cosa succede fuori dalla stazione? Quante barriere architettoniche ci sono davvero in Giappone?
Esiste ancora uno stigma sociale?
Le mie domande hanno trovato risposta in Kei Hirabayashi. Social innovator, stilista e imprenditore, Kei ha fondato centri di assistenza e oggi guida la Japan Welfare Medical Fashion Association. La sua missione è dirompente: unire il sociale alla moda per trasformare la fragilità da “condizione triste” a icona di stile.

Dalla sfilata con soli modelli con disabilità alla Paris Fashion Week, fino al provocatorio progetto per l’Expo 2025 sul “futuro dei pannolini” (O-mutsu), Hirabayashi sfida i tabù più profondi della società giapponese. Ho deciso di scrivergli perché il suo lavoro non è solo estetica: è un atto politico che trasforma l’ausilio sanitario in un oggetto di dignità.

Il tuo percorso professionale è unico: dalla bellezza all’educazione, fino al welfare e alla moda. Ci racconti questo viaggio e i momenti chiave che hanno segnato la tua direzione?
«A dire il vero non avevo mai pianificato niente del genere. Ho iniziato come parrucchiere, poi sono passato all’istruzione. Però c’era sempre una domanda che mi tornava in testa – Cosa vuol dire davvero far apparire bene qualcuno? – A un certo punto ho capito che non è solo estetica, è dignità. La svolta è stata quando ho visto persone rinunciare alla moda per via della loro disabilità. Lì ho pensato: forse il problema non sono loro. Forse è il sistema. Ed è lì che ho cambiato strada»
C’è stata un’esperienza o un incontro preciso che ti ha portato a concentrarti sulla disabilità e sull’inclusività?
«È iniziato tutto con una sensazione di disagio. Mi chiedevo: perché le persone con disabilità devono nascondere parti di sé? Perché mostrarsi viene visto come qualcosa di inappropriato? Non mi tornava. Così ho deciso di non adattarmi e basta, ma di provare a spostare lo sguardo. Portare al centro quello che di solito resta nascosto»
I tuoi progetti uniscono moda e welfare in modo originale. Cosa ti ha spinto a mettere insieme questi due mondi?
«Quando welfare e moda si incontrano succede qualcosa di forte. Quello che prima era visto come fragile cambia faccia, diventa forza. Cose che erano stigmatizzate iniziano a essere viste, a volte persino apprezzate. La moda ha sempre fatto questo: cambiare il valore delle cose. Io sto solo usando lo stesso linguaggio sulla disabilità»
Hai sviluppato il concetto di “Next Universal Design”. Come lo spiegheresti a chi lo scopre per la prima volta?
«Vuol dire andare oltre l’idea di una soluzione uguale per tutti. Il design universale classico prova a includere standardizzando, ma così rischia di appiattire tutto. Il NextUD fa il contrario: parte dalle differenze. Non le nasconde, le usa. Le mette in evidenza»
Sia tu che l’artista Mari Katayama portate avanti progetti legati alla moda e alla disabilità. Che ruolo può avere il fashion system nel cambiare la percezione della società?
«La moda arriva prima delle parole. Non la devi spiegare, la senti. A me interessa creare momenti in cui qualcuno pensi, senza troppi giri – Questo è bello. Questo è potente – È lì che cambia lo sguardo. Dalla compassione all’ammirazione»
Far sfilare modelli con i pannoloni o creare abiti per persone stomizzate è un gesto politico. Hai ricevuto critiche?
«Sì, soprattutto su quei progetti. C’è chi li trova inappropriati, chi li trova fastidiosi. Ma quel fastidio è il punto. Se qualcosa mette a disagio, vuol dire che hai toccato un tabù. E da lì può partire un cambiamento»

Come viene percepita oggi la disabilità in Giappone? È cambiato qualcosa negli ultimi anni?
«Il Giappone è una società molto attenta, ma a volte questa attenzione diventa invisibilità. Si tende a “proteggere” le persone tenendole fuori dallo sguardo. Qualcosa si muove, ma lentamente. La mentalità non è ancora cambiata del tutto»
Esiste ancora un tabù culturale legato al corpo nella società giapponese?
«Sì, soprattutto su temi come l’incontinenza o i dispositivi medici. Se ne parla poco, quasi mai apertamente. Ma per me un tabù è solo qualcosa che non abbiamo ancora avuto il coraggio di guardare davvero.»
Esistono ancora barriere architettoniche o sociali significative?
«Le barriere fisiche sono migliorate molto. Oggi il problema vero sono quelle mentali. Le persone hanno paura di distinguersi, di essere un peso. È una pressione invisibile, ma spesso è più forte di qualsiasi ostacolo concreto.»
Noti differenze tra il Giappone e l’estero in termini di inclusività?
«All’estero vedo più voglia di mostrare le differenze. Il Giappone è bravissimo a creare armonia, ma altri paesi sono più a loro agio con la diversità. Oggi servirebbero entrambe le cose. E un po’ più di coraggio.»
Cosa ha significato per te la sfilata alla Paris Fashion Week?
«Mi ha fatto capire che molti limiti esistono solo nella nostra testa. Una passerella con solo modelli in sedia a rotelle non è stata percepita come qualcosa di “di nicchia”, ma come qualcosa che parlava a tutti. E questo cambia la narrazione.»
Che tipo di reazioni ricevi?
«La frase che sento più spesso è: “Mi hai cambiato prospettiva”. Le persone con disabilità dicono che finalmente si sentono viste. Gli altri si accorgono per la prima volta che la disabilità può essere anche bella. Ed è esattamente quello che cerco.»
Qual è la tua visione per il futuro?
«Sogno un mondo in cui l’inclusività non sia qualcosa di speciale. Semplicemente la norma. E voglio usare lo stile per arrivarci.»

Se potessi cambiare una sola cosa nel modo in cui si pensa alla disabilità, quale sarebbe?
«Toglierei lo sguardo della pietà. Vorrei che si iniziasse a vedere la disabilità come qualcosa di interessante, espressivo, forte. È da lì che può cambiare davvero tutto.»
Cosa significa per te, oggi, “essere stylish”?
«Vuol dire non nascondere la propria storia. Non è perfezione, è autenticità. Le persone più eleganti sono quelle che si mostrano per quello che sono, senza coprirsi.»
Kei Hirabayashi è un attivista che usa la bellezza per abbattere un “muro di gomma”, cercando di rendere il welfare qualcosa di “cool” e aspirazionale, non solo assistenziale. Ed è bello che esista qualcuno così, capace di costringerti a guardare le cose da un’altra angolazione.
Gtvb
Cover: @Stefanorfeo
Immagini: © Kei Hirabayashi / ©Kohei Oka






