AKIHIRO MIWA (Queer atomico)
L’avevo tenuto nella cartella “post da pubblicare” rinominata “Akihiro Miwa”, ma ho sempre rimandato perché la sua vita era così incredibilmente lunga e piena di storie pazzesche che ci voleva un sacco di tempo anche solo per leggere e approfondire tutta la sua biografia. Poi oggi è arrivata la brutta notizia della sua scomparsa. E spiace vedere che molti ricordino Akihiro Miwa solo come doppiatore dei film di Miyazaki, perché è stato veramente qualcosa di rivoluzionario.
Se avete frequentato l’internet giapponese negli ultimi anni, vi sarà sicuramente capitato di imbattervi in una bizzarra leggenda metropolitana: impostare come sfondo del telefono una foto di un’affascinante figura dai capelli biondo platino e abiti sgargianti per attirare la fortuna (giallo per i soldi, rosa per l’amore!).
La sua recente scomparsa, all’età di 91 anni, segna la fine di un’era. La notizia, diffusa dal sito ufficiale della sua agenzia la mattina del 28 giugno 2026 dopo un funerale privato, ha commosso il Paese.
Dietro quel meme pop, rassicurante e virale, si nascondeva una delle figure più dirompenti, coraggiose e rivoluzionarie della cultura giapponese del dopoguerra. Ripercorriamo la storia di un mito che ha cambiato per sempre il concetto di identità, arte e pace.

Tutto inizia a Nagasaki, dove Shingo Terada (adottato a 4 anni dalla famiglia Maruyama, cambiando il nome in Shingo Maruyama) nasce il 15 maggio 1935.
Cresce vicino al celebre quartiere dei divertimenti, dove la famiglia gestisce un caffè e un ristorante frequentati da un’umanità variegata: politici, sacerdoti, persone comuni. Qui, vedendo gli adulti perdere la facciata rispettabile dopo qualche bicchiere, impara a osservare le maschere sociali, sviluppando una spiccata capacità di leggere la natura umana. Ma il trauma che segnerà la sua vita per sempre arriva il 9 agosto 1945. A soli 10 anni, mentre disegna nel salotto di casa, vive sulla sua pelle l’esplosione della bomba atomica di Nagasaki.
Si salva per miracolo: un attimo prima dell’onda d’urto, su suggerimento della domestica, si getta a terra coprendosi interamente con una spessa coperta pesante, che farà da scudo proteggendolo dal crollo immediato del soffitto e dalla pioggia di schegge di vetro. Subito dopo riesce a rifugiarsi nel bunker antiaereo. Nei giorni successivi, camminando vicino dell’epicentro per cercare i nonni, assiste a scene apocalittiche. Da quel momento, il rifiuto viscerale della guerra e l’impegno per la pace diventeranno la colonna portante di tutta la sua esistenza.
Nel dopoguerra, le finanze familiari crollano. Affascinato dal canto lirico, a soli 15 anni prende un treno da solo per Tokyo. Una scelta incredibilmente coraggiosa, soprattutto perché una divinazione gli aveva predetto che a Tokyo sarebbe andato incontro alla morte in totale povertà e miseria. Ma per una personalità fiera e affamata di riscatto, quella profezia non fu un freno, bensì una provocazione inaccettabile: prese quel treno proprio per sfidare il proprio destino e dimostrare che si sbagliava. Così, su consiglio del suo insegnante di musica, modifica il suo nome in Akihiro Maruyama, un primissimo atto di ribellione per ingannare la sfortuna e riscrivere da zero la propria identità.
Inizia a esibirsi al Ginpari, un celebre caffè-cantiere di Ginza, specializzandosi in chanson francesi. Akihiro è magnetico: ha un’estetica androgina, lineamenti delicatissimi e una voce pazzesca. Diventa l’idolo dei più grandi intellettuali dell’era Shōwa, da Edogawa Ranpo a Yasunari Kawabata. Tra tutti, scatta un’intesa leggendaria con il gigante della letteratura Yukio Mishima, che rimarrà folgorato da lui, definendolo “una bellezza venuta dal cielo”.

La fama nazionale arriva nel 1957 con “Meke Meke”, una reinterpretazione in giapponese di un successo pop-chanson francese dell’epoca. Il Giappone ne è ipnotizzato, ma anche profondamente scandalizzato per via dei costumi sfarzosi e dell’ambiguità estetica.
Negli anni ’50 e ’60, l’omosessualità in Giappone era un tabù totale, tollerata al massimo all’interno del cosiddetto “Geino”.
Il Geino è il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, un contesto che la società conservatrice dell’epoca trattava come una specie di “bolla” o zona franca: finché l’eccentricità, il cross-dressing o l’ambiguità di genere restavano confinati sul palcoscenico come una finzione teatrale, il pubblico applaudiva. Akihiro, però, decide di rompere questa ipocrisia. Fa coming out pubblico e pretende di portare la sua estetica androgina nella televisione generalista e nella vita di tutti i giorni. Rivendicando la propria identità fuori dal palcoscenico, infrange il muro tra finzione e realtà sociale.
La reazione del paese è durissima, e l’artista viene colpito da discriminazioni e calunnie. La sua risposta dell’epoca, però, è da brividi: “Voglio solo cambiare questa situazione e spero che anche gli omosessuali possano vivere con dignità nel mondo. Uomini che amano donne, uomini che amano uomini, donne che amano donne: agli occhi di Dio, è sempre una persona che ama un’altra”.

Nel 1965, Akihiro compie un altro miracolo artistico scrivendo e componendo interamente “Yoitomake no Uta” (La canzone del lavoro, nota storicamente anche come Coolie’s Song). È un brano basato sulla sua infanzia, che racconta i sacrifici e l’amore di una madre costretta a fare l’operaia nei cantieri edili per mantenere il figlio. Il brano racconta una realtà cruda, usando il linguaggio schietto delle classi lavoratrici più povere. I media dell’epoca, spaventati da questa forte critica sociale che rompeva la narrazione del Giappone “ricco, perfetto e pacificato”, bandiscono la canzone dalle radio e dalle TV per decenni. Ma il pezzo diventa comunque un classico immortale. Per cantarlo, Akihiro si spoglia degli abiti sfarzosi e si presenta sul palco con i vestiti logori di un bambino del dopoguerra, costringendo il pubblico a guardare in faccia la povertà.

Akihiro diventa anche una colonna del teatro. Collabora con il regista d’avanguardia Shuji Terayama (recitando in produzioni sperimentali come Furry Mary e Il gobbo della prefettura di Aomori) e porta in scena il suo ruolo più celebre: la Lucertola Nera (Kurotokage), adattata per il teatro proprio da Yukio Mishima. Questa collaborazione darà vita anche al leggendario adattamento cinematografico del 1968 diretto da Kinji Fukasaku. Nel film, Mishima fa un cammeo indimenticabile nei panni di una vittima imbalsamata, una statua umana tenuta nella collezione privata della Lucertola Nera. In una delle scene più potenti, feticiste e rivoluzionarie della storia del cinema giapponese, la splendida e letale Miwa si avvicina alla statua di Mishima e lo bacia sulla bocca. Un bacio cinematografico che ha fuso per sempre arte, provocazione queer, vita reale e finzione.

Nel 1971, mentre recita sutra in memoria di Mishima (scomparso nel 1970), decide di cambiare definitivamente il suo nome d’arte in Akihiro Miwa (美輪). La scelta del cognome Miwa non fu casuale: secondo la forte tradizione dell’onomanzia giapponese (antica pratica divinatoria basata sullo studio dei kanji), i caratteri scelti vennero calcolati in base al numero di tratti di pennello necessari per scriverli, poiché la somma finale era considerata di ottimo auspicio per attirare il successo e cacciare la sfortuna. In questo periodo annuncia anche un temporaneo ritiro dai ruoli femminili per dedicarsi alla musica d’autore. Nel 1978, la celebre scrittrice Aiko Sato gli dedica un capitolo della sua serie “Good Women”, definendolo, pur essendo biologicamente uomo, come “la donna più bella del mondo” per via del suo travolgente fascino interior.
La salute inizia a vacillare a causa di una bronchite cronica, ma l’eterna fenice continua a creare e nel 1979 presenta lo spettacolo sulla vita di Edith Piaf, “Inno d’amore”.

Dopo un periodo di pausa dalle scene negli anni ’80 per motivi di salute (i medici gli diedero pochi mesi di vita), Miwa torna nel 1993 con una versione teatrale della sua famosa “La lucertola nera”. Da quel momento in poi, prende in mano la regia, la scenografia e i costumi delle sue produzioni. Dal 1998 stabilisce un ritmo instancabile di una nuova produzione all’anno: in primavera si dedica al teatro e in autunno ai suoi storici concerti solisti, che diventano un appuntamento fisso. Nel frattempo, l’immortale “Yoitomake no Uta” inizia a essere sdoganata in TV grazie anche a una celebre cover di Keisuke Kuwata nel 2000, venendo finalmente riscoperta dal grande pubblico.
Le nuove generazioni imparano ad amarlo per la sua voce inconfondibile e autorevole, prestata a personaggi leggendari di Hayao Miyazaki: è il dio-lupo Moro in Princess Mononoke e la Strega delle Lande Desolate in Il castello errante di Howl, arrivando persino a doppiare Arceus nel film dei Pokémon del 2009.
A partire dal 2005, diventa una presenza fissa e amatissima nella TV generalista con programmi sulla spiritualità come Aura no Izumi (o Reiki no Sen), dove viene affettuosamente ribattezzato “predicatore dell’amore”.

Il 2012 segna il record storico: a 77 anni fa la sua prima apparizione al celebre festival di Capodanno NHK Kohaku Uta Gassen, cantando una versione da brividi di “Yoitomake no Uta”. Diventa l’artista più anziano a debuttare nello show. Ci tornerà fino al 2015 quando, a 80 anni compiuti, abbatte un altro muro diventando ufficialmente il primo cantante ultraottantenne a esibirsi sul prestigioso palco del Kohaku.
Gli ultimi anni sono una pioggia di meritati riconoscimenti: viene nominato Cittadino Onorario di Tokyo nel 2018 (commentando con la sua solita, tagliente ironia: “Ho passato la vita a infrangere le regole sociali e a scatenare rivolte in ogni campo. Eppure, oggi mi conferiscono questa onorificenza… decisamente generosi!”), supera un lieve ictus nel 2019 tornando subito in radio, riceve il Premio NHK per la Cultura Radiotelevisiva nel 2022 e, infine, il prestigioso Kinokuniya Drama Award speciale nel 2025.
Il 20 giugno 2026, all’età di 91 anni, questa fenice si è spenta, lasciandoci in eredità una profonda filosofia racchiusa nelle sue scommesse parole: “Quando hai un cuore che desidera dare forza agli altri, la tua forza sgorgherà come una sorgente”.
Quindi, se decidete di mantenere o impostare la sua foto come sfondo del vostro telefono, non fatelo solo per scaramanzia: fatelo per onorare la memoria e la forza di chi ha affrontato le due cose più terrificanti al mondo – la guerra e la discriminazione – rispondendo fino all’ultimo respiro solo con l’arte, la dignità e l’amore.
Queste sono le sue ultime parole:

“L’unica arma per attraversare e superare una realtà come questa sono le parole d’amore. La chiave per risolvere tutti i problemi di questo mondo è l’amore. Se c’è l’amore, una cosa come la guerra non può accadere.”
Gtvb
Cover: Maciej Kucia






