HARITSUKE (La crocifissione in Giappone)
In questo periodo di resurrezioni, coniglietti e uova di cioccolato, sui social va di moda pubblicare video di serie televisive giapponesi con mostri o supereroi crocifissi. I tokusatsu (le serie live-action con attori in costume) sono i maestri del genere: Ultraman e Kamen Rider sono i veri martiri di questa tortura da set. Ma anche gli anime non sono da meno: Mazinga, Cutie Honey e soci sono stati vittime ogni tanto di questo supplizio.

In Giappone la crocifissione è stata abolita a metà dell’Ottocento, ma questa crudeltà pare fosse iniziata quasi 700 anni prima. Un vero record. Pensate che i romani smisero nel IV secolo d.C., forse perché si erano rotti le palle di costruire croci, perdere tempo a inchiodare la gente e pulire tutto il sangue.
All’epoca non c’era Mister Brico, quindi dovevi fare tutto da solo. Meglio gettare i condannati nel Colosseo a farli sbranare dalle fiere feroci o bruciarli e poi spazzare la cenere con un colpo di scopa saggina.
Ma ai giapponesi piaceva questa pratica, quindi sono andati avanti per un bel po’ finché nel periodo Meiji qualcuno ha detto “basta!”.
La pratica della crocifissione è chiamata Haritsuke.

Si iniziava con l’umiliazione, che consisteva nel far sfilare il colpevole per la città a cavallo con stendardi che annunciavano il suo crimine. In anni successivi, questa pratica fu sostituita dal confinare i trasgressori in scatole con solo la testa che spuntava fuori, lasciandoli in zone trafficate per due giorni, dove i passanti potevano sputargli addosso e schernirli.

I soldati romani spezzavano le gambe del condannato con un colpo di clava o martello: senza il punto d’appoggio offerto dalle gambe, il peso del corpo gravava interamente sulle braccia, impedendo la respirazione e causando un soffocamento rapido. In Giappone, invece, non si usavano i chiodi, ma le corde. Una volta sulla croce, i condannati venivano trafitti con lance su entrambi i lati e veniva loro tagliata la gola, ma solo dopo ore di sofferenza per la perdita di sangue e le ferite da punta.
I corpi venivano lasciati sulla croce per alcuni giorni come monito. Se una persona moriva per le torture prima della crocifissione, il cadavere veniva comunque esposto, ma solo dopo essere stato conservato nell’aceto per ritardarne la decomposizione.

Dopo l’arrivo dei missionari cristiani nel XVI secolo, fu scoperta una strana coincidenza: entrambe le culture erano ossessionate dalle persone sulle croci. “Interessante”, si erano detti i giapponesi, “perché non continuare?”.
Ma chi erano le vittime? Falsari, ribelli e assassini.
La croce per gli uomini aveva due traverse, disposte come il carattere “ki” キ, mentre per le donne andava bene la classica croce a una sola traversa. Meno sbatti, quasi a sottolineare la differenza di genere anche nel supplizio.
Toyotomi Hideyoshi pare fosse innamorato di questa pratica e la usò spesso per uccidere i cristiani. “Visto che vi piace tanto…” deve aver sussurrato a qualche fraticello condannato.
A lui si devono degli “upgrade”: il Suitaku consisteva nel piantare le croci vicino al mare così che, con l’alta marea, le povere vittime affogassero lentamente guardando i cicli lunari. Ancora oggi si ricordano i 26 Martiri di Nagasaki, uccisi da Hideyoshi nel 1597 in quella che fu l’esecuzione di massa più cruenta del periodo.

Oggi in Giappone esiste ancora la pena di morte, che viene eseguita esclusivamente per impiccagione in stanze segrete dove il pavimento si apre improvvisamente.
I tribunali giapponesi, per condannare all’ergastolo o al “sonno eterno”, usano i Criteri di Nagayama, una linea guida giuridica fondamentale. Questi parametri prendono il nome da Norio Nagayama, un caso che ha segnato profondamente la storia legale e sociale del Paese.
Norio era un giovane di 19 anni che, tra il 1968 e il 1969, uccise quattro persone con una pistola rubata da una base militare statunitense. Il suo caso scosse l’opinione pubblica non solo per la violenza, ma anche per il suo background: veniva da una povertà estrema e da una situazione familiare molto triste. Durante gli anni in carcere, Nagayama divenne un romanziere pluripremiato, donando i proventi dei suoi libri alle famiglie delle vittime. Nonostante questo, la Corte Suprema confermò la condanna a morte, che fu eseguita nel 1997.

Nella sentenza la Corte stabilì che la pena capitale deve essere riservata a casi eccezionali, basandosi su nove fattori specifici:
– atrocità
– movente
– metodo dell’omicidio
– numero di vittime
– sentimenti familiari
– impatto sociale
– età dell’assassino
– precedenti penali
– comportamento post-crimine.
Questi criteri servono a garantire che la pena non venga inflitta in modo arbitrario, seguendo uno standard uniforme. Rappresentano il tentativo del sistema giapponese di razionalizzare una punizione irreversibile in una società che esige un estremo rigor logico.
Spesso cerchiamo un’evoluzione morale tra le torture del passato e le procedure odierne, ma forse la vera differenza è solo estetica. La storia dell’haritsuke ci insegna che una società definisce se stessa attraverso ciò che punisce e come sceglie di farlo. Che sia una croce su una spiaggia o una botola in una stanza asettica, la domanda resta aperta: la severità di una pena serve a redimere il colpevole, a dare pace alle vittime o semplicemente a rassicurare i vivi?
Gtvb
Cover: Cutey Honey © Go Nagai / Dynamic Planning – Toei Animation
Immagini: ©Naoko Takeuchi / PNPToei Animation – © Tsuburaya Productions
© Ishimori Production Inc. and Toei Company, Ltd. –






