BE- BOP HIGH SCHOOL
Il film Be-Bop High School compie quarant’anni e no, non è la solita candela sulla torta con le lacrimuccie vintage. È più come ritrovare la vecchia giacca scolastica in una scatola in cantina: un po’ stropicciata, un po’ imbarazzante…però quando te la rimetti addosso ti senti di nuovo il re del corridoio.
Io re non lo sono mai stato
Prima e dopo Be-Bop il Giappone ha sfornato delinquenti di ogni taglia e pettinatura, ma quando qualcuno dice “delinquenti dell’era Shōwa” l’immagine che scatta nella testa collettiva è sempre quella: gakuran sbottonati (la giacca dell’uniforme scolastica maschile giapponese), ciuffi a pompadour che sfidano la gravità e risse talmente coreografate che il musical Cats sembra una RSA.
Be-Bop non è un film sui delinquenti.
È il film dei delinquenti.
Quello che ti ha marchiato a fuoco la memoria.

Negli anni Sessanta e Settanta il malvivente giapponese al cinema era un’altra creatura. C’era il banchō, il capo duro come una trave d’acciaio, carismatico, silenzioso, con quell’aria da generale di guerra personale contro il mondo adulto. Manga e film tipo Furyō Banchō o Otokogumi raccontavano ragazzi in uniforme nera che sembravano comandare un esercito invisibile. Pochi sorrisi, tanti lividi. Lì la ribellione era ideologia, quasi religione.
Chissà i poveri anziani giapponesi cosa pensavano vedendoli.

Poi arriva Be-Bop High School nell’85 e fa una cosa strana: non distrugge il genere, lo piega. Come un cucchiaio nelle mani di un illusionista da festa di paese.
Le uniformi restano, le botte pure, ma entra la moda.
Il ciuffo non è più solo ribellione, è styling. Risparmiare sulla lacca? Mai.
Probabilmente il buco dell’ozono lo dobbiamo a loro e a Joan Collins di Dynasty.
I pantaloni non sono solo trasgressione, sono dichiarazione estetica.
Tōru e Hiroshi non vogliono soltanto vincere la rissa, vogliono vincere la scena. Essere forti sì, ma anche fighi. Negli anni Settanta una roba del genere sarebbe stata vista come una bestemmia con i brillantini.
Io a scuola non ero figo.

Il bello è che Be-Bop mescola violenza e leggerezza con una naturalezza disarmante. C’è la rissa, ma c’è anche la cotta. C’è il rivale, ma pure il triangolo amoroso. A un certo punto capisci che questi si menano più per tradizione che per reale odio. Filosofia da corridoio scolastico: “sì ok, ci pestiamo… però che sbatta”.
E in mezzo a tutto questo spunta anche un contesto sociale mica leggero. Anni Ottanta, scuola sempre più competitiva, voti trattati come codici d’accesso alla vita adulta. Tōru e Hiroshi non sono ribelli ideologici, sono ragazzi che nel sistema scolastico non brillano. E allora brillano nello stile. Non spaccano il mondo, ma si rifiutano di scomparire. Che è una forma di resistenza molto meno romantica, ma tremendamente più vera.
Io a scuola non brillavo.

Quando uscì, non fu trattato come cinema d’autore. I giornali lo lessero come fenomeno di costume. Non “che fotografia meravigliosa”, ma “ma li hai visti i capelli?”.
Il pubblico giovane lo adorò perché non faceva la morale. Non diceva “studia o sei finito”, diceva “ok, non sei il primo della classe… e quindi?”.
Le sale si riempivano di ragazzi che ridevano durante le risse e commentavano i look come fossero formazioni di Serie A.
Le botte diventavano gag, le rivalità tornei di popolarità. Più scena che sangue, più atteggiamento che tragedia.
Io a scuola non ero il primo della classe.

Gli attori, all’epoca giovanissimi, sono rimasti legati a quell’immaginario come chewing gum sotto il banco. Alcuni hanno fatto televisione, drama, musica. Miho Nakayama, partita proprio da lì, sarebbe diventata una presenza gigantesca nel pop giapponese. Gli altri sono rimasti quelle facce che magari non diventano superstar, ma le riconosci e ti scatta subito il “ma questo non era quello col ciuffo assurdo?”.
Un po’ come Pasquale Finicelli, alias Mirko dei Bee Hive: dal trasgressivo queer del fumetto al bravo ragazzo etero di provincia nella serie Teneramente Licia. Trasformazioni degne di un alchimista confuso.
Il confronto con l’Italia è quasi comico. Nei nostri film di giovani ribelli anni Settanta e Ottanta c’era più periferia, più puzza di benzina, più rabbia vera. Motorini truccati, giubbotti di pelle, facce da “adesso succede un casino”. In Be-Bop invece la ribellione ha anche un lato estetico, quasi giocoso. Da noi il bullo sembrava a un passo dalla cronaca nera, lì sembrava pronto per la copertina di una fanzine di Harajuku.

Sul fronte manga, Be-Bop dialoga con opere dove il delinquente smette di essere solo un picchiatore e diventa personaggio. Shōnan Bakusōzoku, Kyō kara Ore wa!! e più avanti roba come Crows o Tokyo Revengers prendono quel seme e lo fanno crescere in direzioni diverse: dal comico al cupo, dal romantico al quasi criminale. Ma l’idea di base resta quella. Il delinquente non è più solo simbolo. È una maschera, un archetipo, una figura che puoi rendere tragica, buffa o epica a seconda di come gli gira il ciuffo.
Io a scuola avevo i capelli ricci.
E infatti i delinquenti di Be-Bop non sono rivoluzionari, non sono gangster moderni, non sono santi né demoni. Sono tsuppari, una fase di passaggio che presto verrà chiamata yankee. (Letteralmente il verbo tsupparu significa “spingere in fuori”. Nel linguaggio giovanile degli anni Ottanta diventa il teppistello di scuola)
Gente che non vuole comandare il mondo, vuole solo non farsi schiacciare.
Più “guardami” che “seguimi”.
Col passare degli anni quell’immagine è diventata un’icona. Come certi poster sbiaditi appesi nei bar: tecnicamente vecchi, ma prova a toglierli e scoppia la rivolta. Be-Bop High School sfiora già l’epoca successiva alla Shōwa, eppure nella testa dei giapponesi resta Shōwa fino al midollo.

I delinquenti Shōwa stanno lì. Non fanno più paura, non scandalizzano più nessuno.
Ma continuano a raccontare un’epoca intera con una giacca sbottonata, un pugno dato più per scena che per odio… e un ciuffo che, contro ogni legge fisica e buon senso, non ha nessuna intenzione di scendere.
Gli attori di Be Bop sono Koujiro Shimizu, Toru Nakamura e Miho Nakayama.
Io a scuola non ho mai picchiato nessuno.
E forse, sotto sotto, neanche Tōru e Hiroshi avrebbero davvero voluto farlo.
Gtvb






