SAMURAI FASHION WEEK (Guida semiseria senza farsi ammazzare)
Il periodo Edo copre un arco di tempo molto lungo nelle ere giapponesi. Dal 1603 al 1868 la famiglia Tokugawa detenne il massimo potere, iniziato con la vittoria nella battaglia di Sekigahara.
Ora, star qui a raccontare tutta la storia dei clan che litigavano come matti, delle signorine del piacere e dei preti perseguitati che girovagavano in cerca di poverelli da convertire è un lavoro assurdo. Ma una cosa m’incuriosiva: come si vestivano a quell’epoca?
Perché va bene che non c’era ancora il Global Warming, ma in inverno faceva molto freddo e mica potevano andare da Decathlon a comprare le calze termiche. E d’estate? Che tessuti usavano per soffrire meno il caldo?
Ecco una piccola guida semiseria sul dress code dei samurai della classe Buke nel tardo periodo Edo, con tanto di illustrazioni (giusto per rendere l’idea).
I disegni sono dell’artista Nadeshiko Rin, vera estimatrice dell’epoca.
I Buke letteralmente “casata guerriera” o “famiglia militare”, erano la classe aristocratica guerriera del Giappone feudale, nota principalmente come la classe dei samurai. A differenza della nobiltà di corte (Kuge) di Kyoto, i Buke detenevano il potere militare e politico effettivo, governando il Giappone attraverso shogunati e signori feudali (daimyō) per gran parte della storia pre-moderna…e porco cane, io voglio parlare di vestiti, mica stare qui a fare la lezione di strategia del “piccolo combattente alle prime armi”!
Partiamo col dire che esistevano codici di abbigliamento per distinguere le classi sociali. Quindi, se avevi un ISEE sotto i 6.000 euro annui e per caso qualcuno ti aveva regalato un cashmere 3 fili, col cappero che potevi indossarlo! Dovevi tenerlo nascosto e, ahimè, usarlo di notte come coperta.
Maledetti classisti giapponesi.
All’inizio del periodo Edo la classe mercantile era quella meno considerata. Loro non potevano (e non dovevano) comprare abiti vistosi e ricamati, mentre i contadini non dovevano avere stemmi di famiglia in bella vista per non imitare i samurai. Mi sa che in questo delirio di codici finirò male. Meglio farmi assumere come servetto per capirci qualcosa; mal che vada finirò a spalare letame nella stalla.
L’ Hitatare originariamente era usato dalla gente comune, poi quei fashionisti dei samurai a un certo punto lo hanno fatto diventare uno “status” come le Birkenstock, quindi ai poverelli fu vietato di indossarlo. Così si trasformò in un abito formale e chi non poteva più mostrarlo doveva nasconderlo insieme ai soliti cashmere, le camicie di seta cotta, i completi di lino e le sottane di chiffon.
Maledetti anche i samurai.
In questo periodo è nata l’ Hakama, la famosa “braga” che sembra una gonnellona, ma in realtà è un pantalone bello largo che ti tiene liberi i “gioielli di famiglia”. C’era una versione extra lunga dell’hakama, conosciuta come Nagabakama. Questi andavano indossati durante le cerimonie all’interno del castello o degli edifici di padron Tokugawa. Doveva essere uno sbattimento ricordarsi tutto; immagino quelle poverelle delle ancelle che dovevano dividere tutto a seconda delle occasioni. Me compreso, visto che ero stato assunto come valletto.
Gli stilisti complottisti e terrapiattisti misero in giro la voce che questi mega pantaloni fossero stati progettati da qualche sarto-spia per rendere scomodi i movimenti ai samurai durante le visite a palazzo. Questo perché, se gli fosse partito un raptus, avrebbero fatto fatica a sferrare un fendente a qualcuno. Ma ai samurai questa cosa stava sul cazzo e, feriti nell’onore di “maschi alfa”, si allenarono a muoversi con questi enormi pantaloni.
Per rendere le cose ancora più complesse, furono istituite etichette rigide.
Sgarrare le regole?
Offesa diretta al governo Tokugawa. Non proprio il tipo di notifica che vuoi ricevere sul cellulare.
Anche i dettagli contavano: gli hakama dei samurai di basso rango non potevano avere il Koshi-ita (腰板), quella struttura rigida sulla schiena riservata ai ranghi più alti, che poi a cosa serviva non lo so, forse per alleviare qualche dolore lombare.
“Servetto passami il Koshi-ita!”
“Lo trovo nel frigorifero o lo preferisce a temperatura ambiente?”
“Dammi un piede che te lo taglio!”
Le restrizioni riguardavano anche gli accessori: i samurai di livello inferiore non potevano indossare seta né i classici sandali in legno Geta.
E l’ombrellino parasole? Lusso riservato solo ai pezzi grossi, anche sotto il sole più feroce.
Poi c’è lui, il Sensu, il ventaglio pieghevole. Sempre presente, sempre elegante.
Si infilava nell’ Obi e durante le cerimonie si teneva nella mano destra. Un dettaglio non casuale: significava che la spada corta non poteva essere estratta. Tradotto: “Sono qui in pace”.
I samurai di basso rango non erano obbligati ad averlo, ma molti lo portavano lo stesso. Un piccolo trucco visivo per sembrare più importanti.
Infine, capitolo spade: niente foderi troppo vistosi o colorati, soprattutto nella capitale. E anche la lunghezza delle lame era regolamentata.
Nel Giappone Edo, vestirsi non era scegliere un outfit. Era muoversi dentro una griglia invisibile, dove ogni piega del tessuto poteva dire “sono qualcuno” oppure “sto per cacciarmi nei guai”.
Leggere i codici di abbigliamento è come avere a che fare per la prima volta con un manuale tecnico scritto in aramaico di una lavasciuga che fa anche da friggitrice ad aria. E Dio solo sa perché mi sono imbarcato in questa cosa…non potevo scrivere una mini biografia di Hello Kitty?
Facciamo così: iniziamo la sfilata. Silenzio, lo spettacolo sta per cominciare. 👘

L’ Hitatare apparve inizialmente come abito per i guerrieri di classe inferiore. Con l’ascesa sociale della classe guerriera divenne il top per eccellenza durante il periodo Kamakura. Nel periodo Edo, era l’abito di massimo prestigio per i samurai dal 3° rango in su. L’outfit comprendeva: Kazaori-eboshi (copricapo laccato nero), pantaloni Nagabakama, una piccola katana, Munahimo (lacci pettorali), Kikutoji (fiocchi a pompon) e Sodekukuri (lacci per le maniche), giusto per rendere il tutto più grazioso. E io mi sono già perso nell’armadio.

Il Daimon invece è un set specifico di hitatare caratterizzato da grandi Mon (stemmi familiari).
Era indossato dai samurai di 5° rango (come i signori daimyô).
Immaginatevi i giochi di parole: “Passate il Daimon col Mon al Daimyô”.
Sopra bisognava indossare un Noshime, un tipo di kosode con motivi a strisce o scacchi sulla fascia vitale.
“Scusi nobile samurai, ma io non ho capito cos’è il Noshime e il Kosode”
“Chi ti ha assunto?”
“Su Google c’è scritto che il Noshime è un tipo di kimono tradizionale giapponese, originariamente indossato come indumento formale dai samurai e successivamente divenuto un costume comune nelle rappresentazioni teatrali Noh; e il Kosode è un indumento tradizionale giapponese, predecessore dell’odierno kimono, caratterizzato da linee essenziali, forma a ‘T’ e aperture dei polsini piccole. Divenuto popolare dal XIV secolo, era indossato sia da uomini che da donne, evolvendosi nel tempo in vari stili e decorazioni.”
“Dammi l’altro piede che te lo taglio!”

Variante dell’ hitatare era il Suô, l’abito cerimoniale dei samurai di rango inferiore. Simile al daimon, ma con stemmi più piccoli e meno numerosi. S’indossava con un copricapo chiamato Samurai-eboshi.

Il Kariginu Era inizialmente l’ “abito da caccia” informale per la nobiltà. Divenne formale per i samurai nel periodo Edo (dal 4° rango in su). Veniva “venduto” insieme a dei pantaloni a sbuffo (Sashinuki) e con un ventaglietto, metti che volevi fare aria a un cinghiale appena trovato sulla “via della spada”.
“Ma che dici servetto!! È un abito formale, non per la caccia!”
“Mi scusi Signor Samurai di 4° rango, ho sbagliato di nuovo”
“Sono di 5° rango! Dammi la mano che te la taglio!”

L’ Hoi è una versione semplificata del Kariginu. Gesù, fa che sia facile da distinguere, io mi sto perdendo ancora in mezzo ai ventagli!
Nel periodo Edo, era concesso per privilegio speciale ad alcuni Hatamoto (6° rango). A differenza del kariginu, l’ Hoi è a tinta unita.
“Servetto, sono un Hatamoto, sai chi sono?”
“Un rivenditore di ciclomotori?”
“Quanti arti hai ancora?”
“Credo tre”
“Dammi una mano a caso!”

Il Nôshi era l’abito quotidiano della famiglia imperiale, poi adottato dai samurai di altissimo rango per celebrazioni religiose. Il ventaglio era fatto in legno di cipresso (Hiôgi) e la tunica aveva il collo tondo e le maniche squadrate. Molto chic. Chissà come lo lavavano.
Poi c’erano le divise speciali o quelle da usare ogni giorno:

Il Nagakamishimo: in versione lunga era indossato dai samurai di alto rango; nel pacchetto trovavi anche un gilet con spalline inamidate (Kataginu).

L’ Hankamishimo, chiamato anche Tsugigamishimo, giusto per confondere le idee, era l’uniforme ufficiale quotidiana. Da indossare con Hanbakama corti e la Wakizashi, la spadina per pugnalarti a tradimento.
“Scusi signor Samurai, quante spade deve prendere?”
“Allora sei scemo… dove ti pettini?”
“Beh, almeno io i capelli ce li ho!”
“Insolente! Ti taglio quel poco che ti è rimasto!”

Il Jikitotsu. Questo abito era per i pezzi grossi del buddismo come gli Hôin e gli Hôgen. (Erano i titoli più prestigiosi che un intellettuale o un religioso potesse ricevere nel periodo Edo)
Titoli che davano pure a medici e scultori per farli sentire importanti.
Il Jikitotsu era una veste fatta cucendo insieme una parte superiore (Henzan) e una inferiore (Kunsu). Col tempo hanno iniziato a portarlo aperto tipo Haori.

I Dôbô: Una figura a metà tra un maggiordomo di lusso, un artista e un factotum spirituale. Erano gli accompagnatori dello Shogun, esperti di tè e fiori, e vestivano il Daimon con dettagli in pelle.

I medici, i pittori e gli studiosi confuciani alla corte dello Shogun indossavano l’ Hentetsu, una sorta di “Proto-haori”. Cos’è l’ Haori? Una giacca da “gran signore” del Giappone.
Se il Kimono è la camicia, l’Haori è il blazer elegante che ci metti sopra per dire al mondo: “Ehi, guardatemi, sono uno che conta!”.
“Scusi dottore, vuole il Daimon, il Jikitotsu o un Haori? O preferisce solo la parte di sopra così da mostrare al mondo il suo ‘cin cin’?”
“Servetto, ti faccio appendere a testa in giù al cimitero!”

Lo Sokutai era il massimo livello di formalità (4° rango e oltre). Avevano un copricapo con una coda (Kanmuri), lo scettro piatto per i rituali chiamato Shaku, una cintura in pelle laccata con pietre incastonate (Sekitai), uno strascico interno che poteva raggiungere i tre metri e ti usciva da dietro il sedere tipo carta igienica, e infine dei calzini bianchi detti Shitôzu.
Dopo aver riletto la guida 300 volte, posso dire che non avrei mai voluto vivere a quei tempi. Ti bastava dimenticare un bottone a casa e finivi impalato al porto in balia di gabbiani e pellicani affamati.
La prossima volta, cari samurai, compratevi la tuta della Champion.
Firmato: il vostro ex servetto.
Gtvb
Cover: @Stefanorfeo
Immagini: nadeshicorin AllRights Reserved
P.S. Se le descrizioni tecniche sono così accurate, è merito del lavoro di traduzione di Tanuki Kimono, che ha decifrato per noi questi geroglifici della moda Edo!







