HIRATSUKA RAICHŌ (In principio la donna era il sole)
Quella che segue è la traduzione e l’adattamento critico di un esteso saggio giapponese dedicato a Hiratsuka Raichō, basato sulla sua autobiografia “In principio, la donna era il sole”. Il testo non è una semplice biografia, ma un’analisi profonda che intreccia filosofia Zen, letteratura decadente e storia politica, cercando di svelare il “mistero” di una donna che ha attraversato le tempeste del Giappone moderno con la libertà di un pirata.
Tutto ha inizio con una risoluzione che Raichō espresse a soli ventidue anni: «Porterò a compimento il sistema della mia vita fino alla fine». E così visse: come una ‘donna nuova’, un’intellettuale e l’anima delle ‘Calze Azzurre’ (nome ispirato alle Bluestockings inglesi, circoli di donne colte che rivendicavano spazi di discussione intellettuale preclusi dalla società patriarcale).
Raichō era una donna che sognava di essere una piratessa, dotata di una flessibilità interiore illimitata, capace di cambiare forma senza mai perdere se stessa.
Nel romanzo Baien (Fuliggine) di Morita Sōhei, la protagonista dichiara provocatoriamente: “Non sono una donna”.
Quella figura era proprio Raichō.
Morita, giovane letterato discepolo del grande Natsume Sōseki, la corteggiava ossessivamente, ma lei gli rispose con totale freddezza: “Non sono una donna, e non sono neanche un uomo”. In quel periodo, cercava se stessa nello Zen presso il tempio Kaizen a Tokyo.
Nonostante certi gesti provocatori — come baciare il giovane sacerdote del tempio — era attratta dal Satori (l’illuminazione spirituale improvvisa che permette di percepire la realtà oltre le etichette dell’ego).
Sentiva di dover oltrepassare ogni limite per non rimanere “ingenua”: decise quindi di scoprire il sesso incontrando il monaco Shūgaku in una casa da tè a Banchō (quartiere d’élite nel cuore di Tokyo). Descrisse l’evento con distacco, parlando di un’intensa curiosità dove “piacere“, “perdita” e “colpa” diventavano sinonimi.
Il legame con Morita portò al celebre incidente di Shiobara del 1908. Influenzati dal decadentismo di D’Annunzio, tentarono un doppio suicidio (Shinju). Mentre Morita sembrava vittima di una messinscena letteraria, Raichō affrontò l’evento con un pugnale in pugno, pronta a “eseguire il proprio sistema di vita”. Lo scandalo fu immenso, le diedero della ninfomane, ma lei rimase imperturbabile: “Quello che ho fatto è interamente mio”.

Nel 1911, anno segnato dall’Incidente dell’Alto Tradimento (una spietata repressione statale contro i movimenti anarchici), Raichō lanciò la rivista Seitō (Calze Azzurre), incoraggiata dal critico Ikuta Nagae.
Il manifesto divenne leggendario: “In principio, la donna era il sole”. Sfidava così il dogma della “Saggia moglie e brava madre”, circondandosi di donne come la poetessa Akiko Yosano.
L’energia radicale della rivista fu poi alimentata dalla giovanissima Itō Noe, simbolo dell’anarchismo. Raichō cercava il superamento dell’io moderno attraverso “l’amore per la convivenza”, filosofia che la portò a fuggire con il pittore Hiroshi Okumura, più giovane di lei, subendo dure critiche dalle femministe più conservatrici. Si scontrò con Akiko Yosano anche sulla maternità: mentre Akiko voleva l’indipendenza economica totale, Raichō chiedeva che lo Stato finanziasse le madri come valore sociale.

Durante la Seconda Guerra Mondiale si ritirò in campagna, un capitolo complesso che poi omise in gran parte. Nel dopoguerra, ormai sessantenne, divenne una figura centrale del pacifismo mondiale. Ma il suo percorso non fu solo teoria. Tutto era iniziato a Chigasaki, dove conobbe Okumura. Nel 1912 decisero di vivere insieme senza sposarsi. Fu una scelta rivoluzionaria per mantenere il proprio cognome e la propria libertà. Proprio da qui nacque il termine “rondine” (tsubame): Okumura si era paragonato a una rondine che volava via per salutarla, e da allora il termine indica in Giappone l’amante maschio più giovane.
Anche se il rapporto fu difficile, Raichō non tornò mai indietro. Ebbe due figli e li registrò come “illegittimi” nel proprio registro di famiglia, rifiutando il sistema patriarcale. Voleva dimostrare che una donna poteva essere una madre forte e autonoma. Okumura non si risposò mai, segno di un legame unico.

Fino alla morte nel 1971, Raichō rimase un mistero: maternalista, comunista, pacifista. Nessuna etichetta la contiene. È stata la donna che non ha mai smesso di “perseverare nel sistema della propria vita”.
Come scrisse a 58 anni in un haiku: “Quando fiorisce il cotogno, ricordo i miei giorni di verginità”, un richiamo a quella purezza e a quella curiosità che la resero, per sempre, una pirata dell’anima.
Gtvb
Credit: 1000ya






