IL RUOLO DELLA CULTURA GIAPPONESE NELLO SVILUPPO DELL’ARTE DI TOKIDOKI
Si prospetta una doppia presentazione davvero speciale per Simone Legno, un artista che non ha bisogno di troppe presentazioni ma che ha sempre moltissimo da raccontare.
Il 25 Febbraio sarà ospite alla Sapienza Università di Roma e il 27 Febbraio all’Istituto Giapponese di Cultura.
Nei suo interventi, Simone esplorerà la profonda influenza che la cultura giapponese e la pop culture hanno avuto sul suo percorso creativo, svelando l’essenza di Tokidoki, un marchio ormai iconico e celebrato in tutto il mondo per i suoi inconfondibili personaggi.
Il suo immaginario è un viaggio che parte dalle radici dell’arte classica ukiyo-e e attraversa l’eleganza del design minimalista giapponese, tuffandosi poi nei mondi vibranti dei manga, degli anime e della cultura kawaii più pura.
È affascinante osservare come questi elementi si intreccino costantemente con il suo patrimonio italiano e la sua visione internazionale. Con quasi due decenni trascorsi a Los Angeles, dove si trova il quartier generale del brand, Simone spiegherà come l’estetica kawaii riesca a integrarsi perfettamente con la street art e la cultura di strada, creando quella fusione artistica unica che definisce l’identità globale di Tokidoki.
Mercoledì 25 Febbraio 12:00 13:30
Aula Magna Edificio Marco Polo
Sapienza Università di Roma

Ven 27 febbraio 2026 ore 18.30
Istituto Giapponese di Cultura
Ingresso su prenotazione QUI

Per quanto mi riguarda, parlare di Simone significa far tornare indietro le lancette dell’orologio.
Ho incontrato Simone Legno esattamente quindici anni fa, in occasione dell’apertura dello storico temporary store di Tokidoki a Milano. Quella è stata la mia prima intervista in assoluto, il debutto ufficiale della mia carriera davanti a un microfono. All’epoca scrivevo per Hickey, un magazine online che purtroppo oggi non esiste più, ma che mi aveva scelto proprio per la mia simpatia, per la mia penna e per quello stile un po’ sarcastico che mi porto dietro ancora oggi. 😛
Anche se il sito è sparito, il web conserva ancora le tracce di quel periodo e si può ancora recuperare l’intervista video di quel giorno. Qui sotto potete rileggere e rivivere quello che è accaduto in quel primo indimenticabile incontro.

Il 10 marzo 2011 mi svegliai con un attacco di cervicale fulminante.
Pensai subito a un male incurabile che mi stesse attaccando il cervello; non quello che tutti chiamano comunemente “un brutto male”, quanto piuttosto a un alieno intenzionato a piantarmi un telecomando in testa per rendermi schiavo dei suoi pensieri.
Avete mai avuto un attacco di cervicale?
Sembra di aver assunto tutte le droghe del mondo dopo aver bevuto un litro di vodka sottomarca dell’Eurospin.
La stanza gira come nella nota canzone di Battiato e tu sei convinto di morire. Anche se chiudi gli occhi, tutto continua a vorticare. Poi scattano la nausea e l’attacco di panico. A quel punto le opzioni sono due: o vomiti e svieni nella tua zuppa di piselli, o in preda all’ansia inizi a dare testate contro il muro sperando di crepare senza dolore. Io provai a fare degli esercizi di respirazione per ossigenare il cervello e calmarmi, ma il risultato non fu dei migliori.
“Cavolo, devo intervistare Simone Legno, non posso presentarmi da lui e vomitargli sui pantaloni!”
Il sito Hickey Magazine mi aveva contattato offrendomi questa bellissima opportunità. Per loro ero la persona giusta per intervistare il papà di Tokidoki, noto a tutti non solo per il brand, ma anche per il suo amore viscerale per il Giappone.
E chi meglio di me? 😛
Bene, non dovevo fare brutte figure…ma non avevo mai fatto un’intervista in vita mia! Cosa gli avrei chiesto?
“Qual è il tuo colore preferito?” Troppo banale.
“Ti piace più il sushi o la pizza?”
“Com’è la mamma di Hello Kitty?”
Per Dio, che domande grottesche mi venivano in mente.
Seguivo Simone Legno da quando aveva solo un sito di illustrazioni e non era ancora famoso in tutto il mondo. Per me era motivo d’orgoglio: perché è italiano, perché avevamo frequentato entrambi l’Istituto Europeo di Design e perché ama il Giappone.
La cosa più importante in un’intervista, però, resta sempre…come vestirsi!
Mai mettere in imbarazzo l’intervistato, quindi niente capi troppo appariscenti o loghi in vista. Io, che possiedo centomila t-shirt di Tokidoki, non potevo certo presentarmi come un ossessionato compulsivo del brand; così, alla fine, optai per un maglioncino blu e una camicia azzurra. Sembravo un geometra del catasto di Gallarate. Coprii il logo del maglione con una spilletta per evitare pubblicità occulta e il gioco era fatto. I creativi di Hickey mi avevano dato carta bianca: il modo perfetto per rovinare in un colpo solo la mia reputazione e quella del loro magazine.
Meglio affidarsi all’istinto e all’improvvisazione. Al massimo avrei sfoderato qualche barzelletta sconcia di mia madre per rompere il ghiaccio. All’una iniziai a impasticcarmi con ogni sorta di medicinale: Imodium, Tachipirina, Preparazione H e Zigulì al mirtillo. L’ansia da prestazione si faceva sentire e le ascelle iniziavano a secernere liquidi, ma il mio deodorante nuovo prometteva miracoli contro ogni strano olezzo.

L’appuntamento era alle 16:00 in un hotel vicino a Porta Ticinese. Con me c’erano il regista Stefano e la super PR Laura. Il gran capo supremo era rimasto in studio, quindi non avrebbe assistito al nostro capolavoro in diretta.
All’ingresso apparve lui, vestito monomarca Tokidoki, con un’aria un po’ smarrita.
Io somigliavo a uno di quei fan messicani che vanno ai concerti con i cartonati giganti: avevo con me le sagome di Latte e Bastardino (due personaggi di Tokidoki) da far autografare, l’album da disegno per le dediche e i pennarelli. Ci mancavano solo il giornalino della Pimpa e un paio di Lelli Kelly ai piedi per essere ricoverato direttamente in psichiatria.
“Ciao Simone!”
Lui mi guardò perplesso, come se avessi diritto a un accompagnatore delle categorie protette.
“Sono suo fratello.”
Ecco! Bella figura di merda! Erano identici.
Simone arrivò subito dopo. Prima di iniziare mi confessò di essere un po’ stanco per via del jet lag. Io ero concentratissimo.
La telecamera fa brutti scherzi: sembra un occhio che ti scava dentro, esalta i difetti e non risponde mai. Sei solo tu contro di lei.

Cosa succede quando mi emoziono? Oltre alla sudorazione abbondante, inizio a balbettare, la voce trema e mi dimentico i congiuntivi. Per rimediare ho un metodo: gesticolo tantissimo e tengo in mano una biro. Funziona, perché la mente si occupa di altro e dimentica di incespicarsi. Dentro di me, però, resta il trauma di quando da piccolo mi prendevano in giro perché balbettavo. I primi erano quell’ingrata di mia madre e quello stronzo di mio zio!
Dopo le prime domande di circostanza, tra me e Simone si aprì un varco. Appena capì che anche io collezionavo Mazinga e altre “minchiate” giapponesi, scattò il feeling.
Da lì l’intervista filò liscia come l’olio.
Forse è questo il segreto: far sentire l’altro a proprio agio, come se lo avessi invitato a pranzo. Mi promise persino una cena in Giappone, visto che ad Aprile si sarebbe sposato a Tokyo. Io, da vero italiano invadente, mi ero già autoinvitato, più che per il banchetto per accaparrarmi una bomboniera gadget Tokidoki in edizione limitata.
A telecamere spente parlammo del più e del meno, più che del più che del meno, degli studi e delle passioni comuni. Mi disegnò alcuni dei suoi personaggi con tanto di dedica e mi fece i complimenti. Non so per cosa, forse solo per gentilezza, ma ero felicissimo. Ormai sentivo di poter intervistare chiunque: il ghiaccio era rotto.
La festa in negozio fu il classico evento milanese: gente super fashion, “introdotti” e signore âgée a caccia di tartine gratis.
Ogni tanto lo guardavo e pensavo a quanto sarebbe stato bello girare il Giappone con un artista così.

“Scusa Gabry, ma ti sei fatto fare la dedica per Hickey?”
“No!”
“Corri subito a farlo!”
Così, armato di un misero ventaglietto, tornai da lui per l’ennesima volta.
“Simone, mi sono dimenticato la dedica per Hickey.”
“Come si scrive?”
“Come Hockey, ma con la I.”
Lui scrisse: A Hocki.
“No, hai sbagliato, devi mettere la I al posto della O.”
Lui scrisse: A Hicki.
“Vabbè, Simone, facciamo che te lo scrivo io!”
Gtvb
Cover: © tokidoki, LLC. Designed by Simone Legno
Immagini: tokidoki, LLC. Designed by Simone Legno







