1×3 e 3×1 perché? (DAITARN 3)
“Dai buttati, mica avrai paura?”
“Lo sai che non mi piace fare queste cose.”
“Fai come Daitan!”
“Guarda che si dice Daitarn, con la R.”
“Io l’ho sempre chiamato Daitan.”
“Ti dico che si chiama Daitarn 3!”
“E il due e l’uno dove sono finiti?”
“Ma poi Daitarn mica scavalcava i muretti”
Questa era la conversazione che io e la mia amica Silvia stavamo avendo nel 1998, appollaiati come due ladri scemi sul muro della Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Avevamo 10.000 Lire in due, che già così fa ridere, e l’unico modo per vedere i Subsonica, allora sconosciuti quanto un VHS senza etichetta, era scavalcare e sperare che nessuno ci fermasse.
Ovviamente quello che aveva paura di buttarsi ero io.
Ovviamente quella che non sapeva un cazzo di cartoni animati era Silvia.
Alla fine mi butto.
Risultato: pantaloni strappati.
Una ferita verticale dal ginocchio alla caviglia, terra addosso, dignità persa da qualche parte dietro il muro. Sembravo un reduce di guerra che aveva combattuto contro un Panda.

“Silvia, devi sapere che il Daitarn 3 funziona ad energia solare. Secondo me di notte non funziona, a meno che non abbia delle batterie potentissime.”
“Interessante… si dice Daitan.”
“Ancora con questa storia?”
“Comunque chi sono questi SubTonica?”
“Con la S.”
“SubSTonica?”
“Lascia stare.”
Se pensate che Daitarn 3 sia solo un robot gigante che prende a sberle dei cyborg sfigati, mi dispiace per voi: non avete capito una ceppa.
Daitarn 3 è Tomino che ti vende un giocattolo e intanto ti infila in testa un manuale di traumi irrisolti.
Tomino non è un formaggio da grigliare, ma è Yoshiyuki Tomino 富野由悠季 regista e creatore di cult come Gundam, Zambot 3, La banda dei Ranocchi e il Tulipano nero.

Haran Banjo non combatte per la giustizia. Combatte perché ha un padre scienziato che ha devastato la sua famiglia trasformandola in Meganoidi. Altro che supereroe: è uno che ha preso il dolore, l’ha verniciato di blu e giallo e ci ha montato sopra una spada solare.

Il Daitarn non è solo un robot. È una dichiarazione estetica. Entra in scena, fa pose da teatro kabuki, si gira col ventaglio come se stesse dicendo: “Ti distruggo, ma con stile.” E Banjo vive in una villa che sembra progettata da uno che ha letto Freud e ascoltato Fedez, ha pianto, e poi ha detto: “Sai cosa? Piscina gigante. E coca e mignotte tutta la notte guardando le maratone di Mentana”

I Meganoidi poi sono una roba disturbante. Ex umani che hanno deciso che i sentimenti fanno schifo e che essere una macchina è meglio. Eppure sono isterici, vendicativi, pieni di complessi. Più umani di quanto vorrebbero ammettere. Tomino che ti dice: guarda che se rinunci a essere una persona per essere efficiente, finisci comunque per fare schifo, solo con più bulloni.
Torniamo alla Festa dell’Unità che è meglio.
Dentro la tenda c’eravamo io, Silvia, i Subsonica e quattro punkabbestia che si dimenavano come galli in un pollaio prima ancora che iniziasse il concerto.
“Gabry, forse è meglio se ce ne andiamo, tanto non c’è nessuno.”
“Guarda che sono bravi, ho anche comprato il CD.”
“Io preferisco le cassette dei cartoni animati che mi hai fatto sentire in auto.”
C’era qualcosa di strano nell’aria quella sera. A un certo punto Samuel (il cantante dei Subsonica per chi non lo sapesse) prende il microfono e dice:
“Questa la conoscete!”
E parte la sigla di Daitarn 3.
“Silvia non è possibile…”
“Secondo me ci hanno pedinato nel parcheggio e hanno visto che non abbiamo pagato il biglietto.”
“Ma è stupendo! Stanno cantando la sigla di Daitarn 3!”
“Mi stai ascoltando?”

Metà del pubblico si stava demolendo a gomitate come se fosse un rave sbagliato. Loro cantavano una sigla di robottoni anni Settanta. Geni assoluti. Fuori scala. Fuori tempo. Fuori di testa. E io impazzivo di gioia, con i miei jeans ormai sbriciolati e la birra piena di zanzare.
A fine concerto arriva uno dello staff:
“Scusate ragazzi, avete i biglietti?”
Lo sapevo. Fine della corsa.
“Allora, ce li avete o no?”
“Ce li hanno rubati quegli squatter sotto il palco, quelli vestiti da Meganoidi.”

I Meganoidi di Daitarn 3 non sono solo cattivi. Sono l’uomo che rinuncia a sé stesso per diventare efficiente. Sono la tecnologia che smette di servire e inizia a comandare. Sono una civiltà che baratta il cuore per un ingranaggio. Una critica anche alla società giapponese post-guerra: gerarchie rigide, individui sacrificabili, produttività come valore.
Banjo invece è caldo, teatrale, eccessivo. Ride, scherza, si innamora, soffre. È pienamente umano, persino quando recita la parte del supereroe. I Meganoidi invece non recitano: funzionano. E il regista sembra dirci che è proprio lì il problema.
Per me Daitarn 3 non è una nostalgia sbiadita. È un ricordo indelebile, fatto di empatia, sole, Beauty e Reika e un gruppo musicale che una sera ha deciso che cantare una sigla di cartoni animati davanti a un pubblico strafatto era una grande idea.
Avevo paura solo che mi controllassero il biglietto.
Silvia, con il suo fascino, ci ha salvati.
E Haran Banjo, da qualche parte, avrà sorriso.
Gtvb






