THE COMPLETE MANUAL OF SUICIDE
Il manuale, il forum e il terzo luogo (ovvero: come ho incontrato Tsurumi Wataru quando internet faceva ancora rumore)
Quando ho iniziato a bazzicare il Giappone, internet era agli albori. Non era una cosa che avevi in tasca: lo trovavi in qualche bar specializzato, con computer lenti che ti permettevano di sbirciare i primi siti, più che navigare davvero. Ce l’aveva il mio amico Andrea, ma non sapeva cosa farsene.
Io ho scoperto Tsurumi Wataru nel forum di GiapponeGiappone.it. Eravamo in 4.376 iscritti, una piccola folla di pionieri digitali. Il mio nick era Ark: tutti pensavano fossi un architetto e nessuno aveva capito che erano le iniziali di Arcangelo, con la K che faceva più moderno.
Se la memoria non mi tradisce, doveva essere il 3 gennaio del 2000.
Perché mi aveva colpito il signor Tsurumi?
Perché sette anni prima, nel 1993, aveva scritto un libro che, porca troia, aveva fatto il botto in Giappone.
Il titolo era già un manifesto: The Complete Manual of Suicide.
Il libro aveva venduto oltre un milione di copie, trascinandosi dietro polemiche, interrogazioni parlamentari, servizi televisivi e un senso diffuso di disagio. Non era solo un libro: era diventato un oggetto culturale non identificato.
Chi è Tsurumi Wataru
Tsurumi Wataru nasce a Tokyo nel 1964. Si laurea in Sociologia presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Tokyo. Lavora in diverse aziende, poi a inizio anni Novanta molla tutto e diventa scrittore freelance. Non per vocazione romantica, ma per necessità esistenziale. La scrittura, semplicemente, era la sua strada.

Oltre al famigerato The Complete Manual of Suicide (Ohta Publishing, 1993), la sua produzione è ampia e sorprendentemente coerente nel tempo. Tra i titoli più importanti:
- Dancing in a Cage
- Personality Reform Manual
- Declaration of Post-Capitalism
- Living on Zero Yen
Libri diversi per tono e argomento, ma attraversati dallo stesso filo: la difficoltà di vivere in una società che ti vuole funzionante, sorridente e produttivo.
Nella postfazione di The Complete Manual of Suicide, Tsurumi scrive:
«Un mondo in cui le persone ti dicono con nonchalance di “vivere forte” è soffocante e opprimente»
Il paradosso è tutto lì. Tsurumi non incita al suicidio, ma propone un’idea disturbante: la consapevolezza di poter morire in qualsiasi momento come supporto mentale per continuare a vivere. Una specie di valvola di sfogo filosofica, per sopravvivere in un sistema che non contempla la fragilità.

In un paese dove il senso di colpa è un concetto sfuggente e la pressione sociale ti chiede di vivere veloce, di essere efficiente annullando il tuo io, un libro così non poteva che esplodere.
All’epoca le notizie arrivavano frammentate: racconti di ragazzi tornati dal Giappone, traduzioni improvvisate di articoli recuperati da chissà quali angoli della rete. Il libro dei suicidi era diventato uno degli ingredienti che rendevano il Giappone un luogo alieno, dove succedevano cose fuori dalle galassie conosciute.
Il libro analizza vari metodi di suicidio in modo descrittivo e apparentemente “pratico”, valutandoli per dolorosità, sforzo e letalità.
L’indice, ancora oggi, mette a disagio.
- Overdose
- Impiccamento
- Auto-defenestrazione
- Taglio delle vene e delle carotidi
- Collisione (farsi investire)
- Avvelenamento da gas
- Folgorazione
- Annegamento
- Auto-immolazione
- Congelamento
- Varie
Ogni capitolo è accompagnato da un grafico di valutazione: dolore, tempo, preparazione, impatto sugli altri, probabilità di riuscita. Tutto misurato con teschi, da uno a cinque. Un’estetica quasi da videogioco, fredda e clinica.
Dopo l’uscita del libro, alcune persone fragili usarono quelle pagine per togliersi la vita. Le critiche piovvero come grandine e Tsurumi si ritrovò improvvisamente famoso, colpevole, discusso.
Per un po’ sparì.

L’anno dopo tornò con ぼくたちの「完全自殺マニュアル」 (Bokutachi no “Kanzen Jisatsu Manyuaru”), una raccolta di lettere, risposte e dibattiti generati dal Manuale. Era diventato chiaro che il libro aveva intercettato qualcosa che covava da tempo.
I reietti, le etichette e il pifferaio
Tsurumi aveva materiale ovunque. I media e la sociologia giapponese amano etichettare: negli anni Ottanta c’erano i ragazzi che non andavano a scuola, negli anni Novanta gli otaku, poi i single parassiti, i lavoratori precari, infine gli hikikomori.
Categorie diverse, stessa sensazione di espulsione.
Tutte persone che Tsurumi conosceva bene.
E, come un moderno pifferaio di Hamelin, ha saputo incantarle con le sue opere.
I libri successivi sembrano tentativi di spostare lo sguardo: meno scandalo, più sopravvivenza quotidiana.
Nel 1996 pubblica 人格改造マニュアル (Personality Reform Manual), un testo sul cambiamento della personalità e sulle strategie per affrontare la vita. Più leggero, quasi motivazionale, ma senza zucchero aggiunto.

Poi arriva Living on Zero Yen (2017), un libro che propone una vita a bassissimo consumo, basata sulla condivisione e sulla riduzione dei bisogni. Un manuale di sopravvivenza per tempi di crisi, altro che Marie Kondo e il culto del riordino.
Il terzo luogo e la vita che non rientra negli schemi
Negli anni, Tsurumi ha continuato a lavorare sul tema della “difficoltà di vivere”, partendo sempre dalla sua storia personale. È cresciuto nell’era Showa, quando la felicità aveva un percorso obbligato: università, azienda, matrimonio, figli.
Un copione che lui non riusciva ad abitare.
Ha cercato di dimostrare che esistono vite alternative e che i reietti non vanno corretti, ma ascoltati. Ha fondato un luogo per i misfits, uno spazio di incontro per parlare, stare insieme, respirare. Un terzo luogo, lontano dalle pressioni di casa e lavoro, dove prendere quella distanza emotiva che, per alcune persone, può fare la differenza tra restare e crollare.
Ha anche aperto uno 0 Yen Shop, un mercatino dove gli oggetti inutilizzati vengono regalati e ridistribuiti. Economia minima, relazioni leggere, meno accumulo e meno aspettative.
Alla fine, Tsurumi non offre vie di salvezza né manuali di felicità. E forse è proprio questo il punto. Il suo percorso non è un’uscita di sicurezza, ma una gestione ordinata del disagio: meno promesse, meno entusiasmo obbligatorio, meno vicinanza spacciata per virtù.
I legami non sono sacri per definizione. A volte sono solo pesanti, altre volte mal progettati.
Il “terzo luogo” non è un paradiso alternativo, ma una stanza d’attesa. Non ci si resta per sempre, però permette di respirare mentre fuori continuano le aspettative, i ruoli, le famiglie ideali e le relazioni come dovrebbero essere.

C’è una malinconia persistente in tutto questo. La consapevolezza che vivere resti complicato e che le opzioni non siano mai infinite. Ma c’è anche un’onestà rara, quasi ruvida: non promettere una vita migliore, soltanto una vita un po’ meno soffocante.
E, di questi tempi, non è poco.
Gtvb
Cover: Ohta Publishing ©
Foto: Kota Sasaki ©
Nota
Questo articolo affronta temi legati al suicidio e alla difficoltà di vivere. Se mentre leggi senti che questi argomenti ti toccano personalmente, ricordati che chiedere aiuto è possibile. In Italia puoi contattare Telefono Amico al 116 123 o 02 2327 2327. In caso di emergenza, rivolgiti subito al 112. Non è necessario affrontare tutto da soli.







