LA MADONNA GIAPPONESE
Se pensate che il culto della Madonna sia una prerogativa prettamente mediterranea o latina, siete decisamente fuori strada. Il Giappone ha un rapporto lungo, complicato e a tratti decisamente bizzarro con le “Madonne”. Oggi ne scopriamo tre: quella mistica, quella pop e quella decisamente punk-anarchica.
La prima storia inizia nel XVII secolo, quando il clan Tokugawa bandì il cristianesimo dal Giappone, dando inizio a oltre due secoli di feroci persecuzioni. I fedeli rimasti dovettero trovare un modo per continuare a pregare senza farsi scoprire dai samurai e dai funzionari dello shogunato.
E così s’inventarono la Maria Kannon: “nascosero” la Vergine Maria dietro le sembianze di Kannon (Guanyin in cinese), il famosissimo Bodhisattva buddista della compassione e della misericordia.
A prima vista, queste statuette in porcellana bianca sembravano normale oggettistica buddista, ma nascondevano dettagli iconografici impercettibili:
- Il bambino in braccio: Camuffato come la divinità protettrice dei neonati (Koyasu Kannon), per i cristiani quel bambino era Gesù.
- Simboli microscopici: Sul retro della statua o tra le pieghe delle vesti venivano incise piccole croci, invisibili a un occhio non attento.
- Le preghiere “specchio”: Durante le ispezioni governative, i fedeli cantavano finti sutra buddisti che foneticamente ricalcavano il latino dell’Ave Maria o del Padre Nostro (le cosiddette Oratio).

Se la Maria Kannon è frutto di una mimetizzazione forzata, esiste invece una raffigurazione ufficiale e moderna con tratti e vesti nipponici: Nostra Signora di Akita.
Tutto inizia nel 1973 nel convento delle Serve del Sacro Cuore di Gesù nell’Eucaristia ad Akita, nel nord del Giappone.
Protagonista è suor Agnes Sasagawa, originaria di una famiglia buddista e con una storia clinica da far tremare gli sceneggiatori di Grey’s Anatomy. Nata prematura, subisce un’operazione all’appendice mal eseguita che la costringe a letto per oltre un decennio (condizione migliorata poi bevendo l’acqua di Lourdes) e infine viene colpita da totale sordità. Dopo aver preso i voti, decide di seguire la stessa suora che l’aveva curata durante i suoi anni più sfortunati.
Il 12 giugno 1973, suor Agnese comincia a vedere una luce brillante dal tabernacolo e angeli in adorazione. Poco dopo, le appare uno stigma a forma di croce sulla mano sinistra e iniziano le apparizioni della Vergine, con messaggi non propriamente rilassanti:
«…Il Padre celeste si sta preparando a infliggere un grande castigo su tutta l’umanità… Il fuoco cadrà dal cielo e spazzerà via una gran parte dell’umanità, i buoni come i cattivi, senza risparmiare né preti né fedeli. I sopravvissuti si troveranno così afflitti che invidieranno i morti.»
Ammazza che carattere.

Quindi non è vero che appare solo a Medjugorje, in Francia e in provincia di Brindisi (Sì, è apparsa anche lì negli anni ’60, poi si vede che si era scocciata e ha lasciato la Puglia!).
Il fulcro del culto è la statua lignea scolpita dall’artigiano locale Saburo Wakasa, che diede alla Vergine tratti somatici inequivocabilmente giapponesi. Tra il 1975 e il 1981, la statua ha “pianto” lacrime umane e di sangue per ben 101 volte, con tanto di analisi della facoltà di medicina di Akita che ne dichiararono la natura umana e riprese delle TV nazionali. Dopo la guarigione immediata di una donna coreana da un tumore cerebrale terminale, il vescovo locale monsignor Giovanni Sojiro Ito autorizzò il culto, poi ritenuto attendibile anche dall’allora Cardinale Ratzinger nel 1988.
In realtà, l’archetipo di una figura femminile pura, sacra e regale che custodisce la luce del mondo e la offre all’umanità era già nel DNA giapponese. Molti studiosi lo rivedono nel mito shintoista di Amaterasu, la dea del Sole che, offesa dal fratello, si rinchiuse in una grotta lasciando l’universo nell’oscurità, finché gli altri dèi non la fecero uscire riportando la vita sulla Terra. I missionari gesuiti guidati da San Francesco Saverio nel 1549 specularono proprio su queste sensibilità native per introducere il culto mariano. Che furbetti. 😅

Dalle apparizioni mistiche passiamo a quelle della cultura pop. Il 19 gennaio 1985 la “Madonna cantante” arrivò in Giappone in veste ufficiale per la promozione del disco Like a Virgin, e anche lì fu apparizione e folgorazione immediata.
Atterrata direttamente dalle Hawaii all’Aeroporto Internazionale di Narita insieme al manager Freddy DeMann, Madonna venne presa in custodia da Toshiaki Tanaka dell’allora Warner Pioneer, che dovette gestire un’agenda folle tra interviste, foto e cambi di programma dell’ultimo minuto.
La popstar pretese infatti di cambiare hotel per andare al New Otani Tokyo (noto per il suo splendido giardino giapponese vecchio di 400 anni) solo perché necessitava assolutamente di una piscina riscaldata per la sua routine quotidiana.
Si dice alloggiasse nella stanza 4921, mentre il fidanzato dell’epoca (il produttore Jellybean Benitez) rimase a casa per impegni di lavoro, costringendo Madonna a accumulare un’enorme bolletta telefonica da 200.000 Yen per chiamarlo negli Stati Uniti.
Proprio in quel viaggio incontrò il fotografo Kenji Wakasugi, che per lei creò questo servizio che entrò nella storia soprattutto per la presenza super nerd di un oggetto cult: l’orologio Transformer.

Madonna se lo era portato direttamente da New York e lo indossava al polso durante gli scatti, senza che nessun esperto di moda ci mettesse lo zampino.
Un mix perfetto che ha cementato un sodalizio con il Giappone mai interrotto.
Infine, arriviamo alla terza Madonna giapponese, quella più terrena, arrabbiata e decisamente irriverente.
Si chiamano Satoko, Anna e Marina e sono le tre ragazze che hanno messo in piedi il complesso punk Nippon Madonna. Una band nata circa vent’anni fa che con la Maria celeste non ha assolutamente nulla in comune, ma si avvicina forse un po’ di più alla popstar americana per via dei testi volutamente provocatori e scandalosi delle loro canzoni.

La loro poetica si muove tra il disagio quotidiano e la ribellione aperta. Basti pensare alla loro hit Sindrome Premestruale, o a brani dai titoli squisitamente iconoclasti (per usare un eufemismo!), come “Happy Couple Fucking Shit”, “Haruki Murakami is Boring”, “Voglio buttarti nella tomba” e “Voglio profanarti”.
Nonostante la loro evidente cazzimma e quella voglia ficcante di andare contro il sistema sociale giapponese, la loro corsa è durata solo una decina d’anni. Oggi il loro sito ufficiale è stato chiuso e la loro ultima apparizione pubblica risale al 2021.

Ora possiamo dire Amen, anzi Ave Maria.
Gtvb
Cover: ©Kenji Wakasugi
Immagini: ©Kenji Wakasugi/ ©Sputniklab Inc.日本マドンナ / ©Futsuka-me Records
©Kenji Wakasugi / ©Warner Music Japan/©Santuario di Nostra Signora di Akita Opera di Saburo Wakasa/ ©Collezione Kirishitan Bunko, Sophia University






