LE DÉPAYS – Chris Marker (You called that one)
Il testo che segue è la versione inglese del libro fotografico di Chris Marker del 1982, Le Dépays. La traduzione è stata trascritta dal CD-ROM Immemory del 1997 con una piccola correzione. Ecco la seconda parte: You called that one.
Lo chiamavo il Derelitto.
Contrariamente alla leggenda ostinata, i treni di Tokyo non sono sempre affollati fino all’inverosimile, né richiedono continuamente gli spingitori in guanti bianchi che il cinema ama mostrarci. Si possono trascorrere intere giornate passando da un treno alla metropolitana, dal sottosuolo alle linee sopraelevate, senza essere spinti più che a Parigi o a New York, e comunque con maggiore cortesia. Anche se, quando si tratta di conquistare un posto a sedere, non scherzano.
Esistono lunghi tratti vuoti che permettono di scegliere una posizione strategica, un’angolazione, un faccia a faccia. È allora che comincia la caccia ai dormienti.
Mi affascinano. Prendo il treno per loro.
(Marker non prende il treno per viaggiare ma per osservare. Ed è una cosa bellissima)
Dimentico appuntamenti, rinuncio a cambiare linea pur di restare ancora qualche minuto davanti all’inquadratura perfetta, al primo piano ideale di un volto addormentato. Il sonno libera una gamma di espressioni che la veglia trattiene per decoro o per ruolo sociale. Su quei volti si leggono intere biografie: sorrisi, tensioni, abbandoni, estasi. Quanti scenari ho immaginato in quei momenti.
Quella donna, per esempio, tra Kobe e Osaka. Per un’ora ne ho seguito tutte le stagioni, i passaggi improvvisi, confusi come il tabellone delle partenze di un aeroporto, dove il nome di una città si mescola al successivo. Ho osservato le sue metamorfosi con la stessa attenzione con cui si segue l’affiorare del piacere sul volto di una persona amata. Non cercatela: non è qui. Di lei esistono cento fotografie, ma pubblicarle sarebbe un tradimento.

Rientro da Hong Kong, ostrica dalle centomila perle, e già dal primo treno, quello che collega direttamente l’aeroporto di Narita alla mia amata linea Yamanote, evitando l’interminabile viaggio su strada, il mio cuore viene catturato dalla gentilezza giapponese.
Chi troverà mai il tono giusto per lodare un’ospitalità che resta, in fondo, xenofoba? C’è qualcosa di tragico, una crepa irrimediabile nella sventura di non essere nati giapponesi, che impone ogni possibile riguardo verso gli stranieri, come verso il Gatto.
Salendo la scalinata della stazione, all’improvviso la borsa pesa meno: un robusto uomo di campagna ha afferrato l’altra cinghia e mi accompagna fino al binario. Ci scambiamo ringraziamenti e piccoli inchini.
Un altro uomo mi gira intorno: lo riconosco, è quello a cui avevo chiesto, in un linguaggio incerto, il numero del binario. Non è il suo treno, non ha nulla da fare lì, se ne andrà subito dopo. È venuto solo per assicurarsi che io abbia capito bene, che non finisca a Yamagata o ad Aomori maledicendolo.
Sul treno chiedo quante fermate mancano prima del cambio. Potrei guardare la mappa, ma è più divertente fare il Passepartout. (Riferimento al personaggio di Il giro del mondo in 80 giorni)
Un ragazzo comincia a contare sulle dita, come una filastrocca. Si perde a metà, le ragazze del gruppo scoppiano a ridere, la bocca mezzo nascosta dalla mano. Un altro interviene, si confonde a sua volta, e ora ride tutta la carrozza. La scenetta continua fino alla fermata giusta, dove naturalmente una mano sicura mi guiderà.

Ho attraversato il Giappone così, da Hokkaido a Okinawa, con quasi nessun bagaglio linguistico: solo le scuse e i ringraziamenti indispensabili, più qualche variazione della parola neko.
Di ogni tappa conservo il ricordo del commerciante che lascia il negozio per accompagnarmi all’edificio cercato, del custode del tempio dei gatti di Osaka che mi scorta per venti minuti, incurante della povertà del mio vocabolario, riempiendomi di osservazioni intime, per poi lasciarmi su un grande viale attraversato dagli autobus. Naturalmente questo significa anche che io, stupido straniero, non avrei mai potuto trovarlo da solo. Ma la condiscendenza cortese è molto più piacevole dell’uguaglianza ostile.
A volte questi scambi assumono forme ancora più strane. In uno di quei deliziosi trenini dell’Hokkaido, tutto in legno scuro e velluto verde, continuo a sbirciare la rivista della mia vicina. Ho intravisto un articolo illustrato sui takenoko 竹の子族, i giovani ballerini domenicali di Yoyogi, e credo di riconoscere una ragazza che avevo fotografato.

Senza fare alcun gesto, formulo mentalmente l’idea di chiederle la rivista quando avrà finito. A quel punto, sempre leggendo, lei si addormenta. Aspetterò che si svegli, penso. Pochi minuti dopo apre gli occhi e me la porge. Più chiaro di così.
L’armonia ha colpito ancora.
Ho sempre paura di dire più di quanto sappia, quindi eviterò ogni discorso sull’hyoshi, l’“integrazione dei tempi”. Ma ciò che la mente non riesce a formulare, la pelle lo ha percepito più volte.
Quando si parla di armonia in Giappone, si pensa subito al consenso sociale: la Destra si commuove, la Sinistra si irrigidisce. Io penso a qualcos’altro. A una rete sfumata di riti, segni e offerte in cui tutti dicono di non credere, o solo in parte, ma che spesso smontano l’arroganza del pragmatismo e dell’efficienza, colmando con grazia il vuoto tra l’impresa umana e l’abisso della natura.
Come se all’orizzonte di ogni gesto non ci fosse un aldilà, ma un “tra”. Un interstizio, vicino a quel je-ne-sais-quoi di Jankélévitch.
(Per il filosofo francese Vladimir Jankélévitch, il je-ne-sais-quoi è qualcosa che esiste ma è indefinibile: una sfumatura inafferrabile che rende unica un’esperienza, come l’amore o la musica. È quel ‘quasi-niente’ che, sfuggendo alla logica, cambia tutto)
Dopo aver celebrato la macchina e serrato le viti della società, resta uno spazio da riempire, un surplus dello spirito.

Nessuno sa davvero cosa fare di questo “tra”, di questa zona crepuscolare condivisa dagli ottocento e otto dei che vegliano sui sogni. Nessuno sa come rivolgersi a essa, ma almeno si può essere educati.
Da qui la cortesia verso gli antenati, verso gli animali; le feste di riconciliazione con gli uccelli, quando i danzatori dell’Awa Odori di Koenji li chiamano per nome; e con i pesci, quando gli uomini di Morosaki li pregano di lasciarsi pescare.
Da qui, nel cuore di una società spietata come tutte, un rispetto per l’altro che convive con la competizione. La civiltà materialista giapponese è forse ossessionata dallo spirito come la civiltà cristiana lo era dalla carne.
Attraverso antenati, dei, animali, spiriti, il retro della scena è così perfettamente ordinato da far nascere il sospetto che sia proprio lì, dietro, che tutto si fonda. Un Giappone può nasconderne un altro.
Nell’epoca leggendaria del pensiero di Mao Zedong, (Dottrina che sposta il fulcro della rivoluzione comunista dagli operai delle fabbriche ai contadini delle campagne, puntando sulla volontà popolare e la lotta di classe continua) un devoto formulò una frase di profondità patafisica: nella lotta tra due linee, una aveva sempre la caratteristica di spacciarsi per l’altra.
Quale Giappone si spaccia per l’altro? Meglio non chiederlo a un giapponese. Nulla lo irrita più delle domande occidentali troppo nette: sì o no, uno o l’altro. Non porgetegli il rettile della certezza.
Lasciatelo alla sua tranquilla schizofrenia, al suo modo di vedere in ogni cosa il contrario. Guardatelo piuttosto quando si traveste da antenato, quando appare come comparsa per Shohei Imamura in Eijanaika, ricostruzione minuziosa del periodo Edo. (Eijanaika è un film storico monumentale di Shohei Imamura, ambientato nel 1867, l’anno che precedette la caduta dello shogunato e l’inizio dell’era Meiji in Giappone)
Grattate via la sottile pellicola di americanizzazione e davanti a voi apparirà un giapponese medievale, intatto e forse immutabile. Tranne, si dice, le giovani generazioni. È ciò che dicevano anche i padri dei padri.

Io non credo al Giappone americano. Penso che il giapponese sia un guerriero che ha fatto dello specchio il proprio scudo. E che il “vero Giappone” appaia solo incidentalmente, ancora una volta nel “tra”, quando una donna intervistata in televisione risponde alla domanda «Che cosa desidera?» con una frase al di là di ogni stoicismo: «Che la mia morte disturbi il meno possibile».
“Le Dépays“(1982) by Chris Marker
Vol.2
You called that one
QUI la prima parte.
Gtvb
Cover e immagini: Chris Marker ©







